Nella ricorrenza della caduta del muro di Berlino, l’Istituto Bruno Leoni offre ai lettori uno scritto di Peter Boettke (“Liberi di scegliere” di Milton e Rose Friedman e il suo impatto sul movimento globale verso politiche per il libero mercato: 1979-2003, Occasional Paper IBL n. 108) sul ruolo che Milton Friedman e, in particolare, il libro “Liberi di scegliere” - scritto a quattro mani con la moglie Rose - ebbero sui Paesi dell’Est quando uscirono dall’incubo comunista.

Nel testo Boettke ricostruisce il dibattito americano tra gli anni Sessanta e Ottanta, ma soprattutto sottolinea quanto Friedman sia stato efficace nella divulgazione delle idee favorevoli al mercato e alla proprietà. Se già era stato un successo “Capitalismo e libertà” (del 1962), questo volume di vent’anni dopo avrà una risonanza perfino maggiore negli Stati Uniti - dove venderà milioni di copie - e soprattutto fuori dagli Usa.

In effetti, “Liberi di scegliere” ha influenzato in profondità il dibattito intellettuale in Russia e, ancora più, in Polonia, in Repubblica ceca, in Estonia e in altri paesi dell’Europa centrale e orientale. Studiosi prestati alla politica come Leszek Balcerowicz, Vaclav Klaus e Mats Laar presero ispirazione proprio dall’economista di Chicago quando avviarono i loro progetti di privatizzazione e liberalizzazione. Se soluzioni come il “voucher” o la flat tax sono da tempo utilizzati in vari paesi un tempo comunisti, questo si deve a un libro che ha sottolineato con forza il legame tra la libertà civile e quella economica, tra l’esigenza di sconfiggere l’autoritarismo allargando gli spazi del mercato.

Alla fine, i coniugi Friedman hanno saputo illustrare molto più che le buone ragioni dell’economia libera: hanno anche evidenziato come essa rinvii a una filosofia della libertà che deve spingere in ogni momento a limitare e contenere le pretese del governo.