Quante bugie su Carige

Su Banca Carige e sull’intervento del Governo per garantire liquidità all’istituto si sono scatenate le opposte tifoserie partitiche. Eppure, quando sono in ballo argomenti che coinvolgono la credibilità del sistema bancario bisognerebbe essere cauti, soprattutto con le parole.

Nel caso di Carige il quadro reale è molto diverso da quello dipinto a tinte fosche da taluni opinionisti. È vero che il gruppo bancario ligure non se la passasse bene. Tuttavia, già il 13 settembre 2017 il Consiglio di Amministrazione della banca aveva approvato un piano industriale triennale (2017-2020) fondato su quattro obiettivi strategici: rafforzamento patrimoniale; qualità dell’attivo; efficienza operativa; rilancio commerciale. La governance dell’istituto ha operato nel corso del 2018 in conformità ai target fissati ottenendo alcuni risultati positivi che però non sono bastati a rassicurare la Banca centrale europea.

In particolare, l’autorità centrale di Francoforte chiedeva a Carige un piano di rafforzamento della struttura patrimoniale, da approvare entro la fine del 2018, in linea con i parametri di stabilità dei requisiti patrimoniali fissati in sede comunitaria. Francoforte non aveva ritenuto sufficiente l’aumento di capitale di 544,4 milioni di euro “inclusivo della conversione in capitale di una quota dei titoli coinvolti nell’operazione di Liability Management Exercise, la cessione della piattaforma Npl, con il perfezionamento dell’accordo definitivo con Credito Fondiario Spa …per un corrispettivo complessivo pari a 31 milioni di euro, la cessione del business transato Pos e distribuzione carte di credito (c.d. Merchant Acquiring), per il quale in data 3 aprile 2018 è stata siglata una partnership di durata decennale con la società Nexi Spa che prevede la cessione del business per un corrispettivo fino a 25 milioni di euro ed il cui closing è stato perfezionato in data 28 settembre u.s.”.

Fin da subito la Bce ha puntato ad instradare il gruppo verso un’aggregazione aziendale. Il Consiglio di Amministrazione rappresentativo dell’azionariato di controllo del gruppo bancario ha cercato di fare muro alle richieste di Francoforte ma poi ha dovuto desistere. Nel settembre dello scorso anno la vecchia governance ha lasciato il posto a un team di top manager slegati dalle logiche della passata gestione. La nuova dirigenza ha approvato il 12 novembre 2018, contestualmente ai risultati dei primi nove mesi di gestione, un piano di emissione di obbligazioni subordinate Tier 2 per un ammontare fino a 400 milioni di euro, formulando l’ipotesi di riconversione parziale o totale delle obbligazioni in azioni della Banca previo un aumento di capitale di pari importo da deliberare in seno all’Assemblea dei soci. Nelle intenzioni della governance vi era la riscrittura del Capital conservation plan comprensivo del completamento delle negoziazioni per la cessione dei crediti deteriorati previste nella Npe Strategy onde assicurare continuità e sostenibilità operativa alla banca. Gli amministratori avevano talmente creduto alla praticabilità del progetto che avrebbe condotto il Gruppo al traguardo di un’aggregazione aziendale da negoziare in condizioni di forza e non di debolezza, da deliberare già in data 23 ottobre 2018 il conferimento di mandato di financial advisor ad una primaria banca d’investimento. Ma tutto è saltato quando l’azionista al 27,555 per cento, la Malacalza investimenti s.r.l., lo scorso 22 dicembre ha posto il veto all’aumento di capitale da 400 milioni di euro che sarebbe servito a garantire il prestito di 320 milioni erogato al Gruppo Carige dal Fondo Interbancario.

Francoforte non ha preso bene il comportamento ostativo dell’azionista di riferimento e il 2 gennaio ha attivato le sue prerogative decidendo per il commissariamento di Carige. Il messaggio è stato chiaro, la Bce nel conferire il mandato commissariale ai due amministratori in carica ha fatto sapere che il progetto contenuto nel Capital conservation plan del novembre del 2018 andava implementato, con o senza l’approvazione degli azionisti. Ora l’obiettivo per i neo-commissari è di proseguire l’azione di de-risking con la cessione dei crediti deteriorati di almeno 1,5 miliardi di valore lordo rispetto ai 2,8 dello stock complessivo appostato nel piano di Npe Strategy. Ma come sono messi i conti del Gruppo? I primi nove mesi del 2018 evidenziano un risultato netto negativo per 188,9 milioni. Ma il Margine operativo lordo (Mol) nei nove mesi (36,7 mln) è positivo per un +65,8 per cento rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente; il Liquidity coverage ratio (Lcr) al 30 settembre è pari al 133 per cento, ampiamente superiore ai requisiti regolamentari che fissano la soglia di sicurezza al 100 per cento. Gli oneri di gestione core a 336,2 mln sono in netto calo rispetto allo stesso periodo del 2017 (-11,6 per cento). La raccolta diretta da clientela privata e imprese si attesta a 13,7 miliardi mentre quella indiretta sale a 21,8 miliardi con un incremento del comparto amministrato del +3,8 per cento; gli impieghi verso la clientela sono rimasti stabili a 16,9 miliardi. Ciò significa che la banca non è in stato di default tanto che la clientela non è fuggita, prestando fede nell’azione di risanamento avviata.

La Carige oggi è un boccone appetitoso per chi vuole fare shopping nel mercato bancario. Possibilità che non piace al ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. Da qui l’annuncio di volere la nazionalizzazione della banca. In questo caso sarebbe lo Stato a guadagnare nel prendersi Carige. Cosa che manda in bestia il governatore della Liguria Giovanni Toti il quale ha cominciato a fare fuoco e fiamme per evitare che la banca del territorio, alla quale peraltro la Regione ha rinnovato di recente il mandato di tesoreria, finisca nel calderone statale.

Tuttavia, non è ricevibile una soluzione pacco-regalo, che sarebbe nelle corde di un governo di centrosinistra, per cui il gruppo verrebbe ceduto sottocosto ad entità concorrenti. Sarebbe inaccettabile per una banca che detiene una rete di 503 sportelli. Al momento il Governo è intervenuto stanziando un fondo di sostegno alla liquidità che consiste nella concessione da parte del ministero dell’Economia e delle Finanze della garanzia dello Stato su passività di nuova emissione o su finanziamenti erogati discrezionalmente dalla Banca d’Italia. Niente di più. Si lasci la governance fare il suo mestiere per andare serenamente sul mercato al momento debito e si dia un taglio alle polemiche bugiarde delle avverse tifoserie. Che non siamo allo stadio nel giorno del derby della lanterna.