Il debito pubblico è come il diabete

Francesco Guicciardini nel Cinquecento e David Hume nel Settecento lo hanno scritto quasi con identiche parole. Nei “Ricordi” Guicciardini annota: “Un saggio cittadino disse già: o Firenze eliminerà il Monte o il Monte porterà alla rovina Firenze.” Nel saggio “Il credito pubblico”, Hume ammonisce: “Dovrà essere infatti l’una o l’altra cosa: o la nazione cancellerà il debito pubblico o il debito pubblico cancellerà la nazione. Non è possibile che entrambi sussistano, nel modo in cui le cose sono state fin qui condotte, in questo paese come in altri”.

Ma la storia non è sicura né univoca nell’agganciare le previsioni all’uno o all’altro corno del dilemma. Le nazioni declinano e implodono per svariate cause. Ma è raro in conseguenza diretta, immediata, esclusiva della bancarotta statale. I timori di Guicciardini che l’esplosione del debito pubblico portasse alla rovina l’economia fiorentina erano più che reali. Ma la fine di Firenze non fu determinata solo dalle sue dissestate finanze. Lo stesso, sebbene al contrario, può dirsi del Regno Unito, che ha prosperato da quando Hume espresse il suo pensiero. E tuttavia i debiti sono come il diabete, che corrode lentamente il corpo senza avvisaglie finché la salute viene irreparabilmente compromessa dalla devastazione di organi vitali. La dolcezza del sangue si trasforma in veleno mortale per l’organismo.

Hume afferma e argomenta da par suo che il debito pubblico si estingue per “morte naturale” e “morte violenta”. Nel primo caso è contemplata la vita ordinaria dello Stato. Nel secondo caso viene in considerazione la guerra, anche commerciale, e la sconfitta. Hume osserva inoltre che le necessità momentanee spingono spesso gli Stati “ad agire in modi a rigore contrari al proprio interesse”. Da che mondo è mondo, non si curano mai delle conseguenze a lungo termine, se parliamo di imposte e di debiti. Infatti Hume spiega che “il timore di una duratura distruzione del credito è un vano spauracchio” e “lo Stato è un debitore che nessuno può obbligare a pagare” .

L’Italia è sulla strada di raggiungere i duemilaquattrocento miliardi di debito pubblico. Una cifra che la mente normale stenta a figurarsi, e non comprende neppure tutti i debiti pubblici. Sicché nessuno sa, neppure i governanti o i cosiddetti esperti, quanto la collettività debba a chi ha crediti da reclamare. L’incremento esponenziale del debito accade mentre l’economia ristagna da vari lustri e cade talvolta in recessione. L’Italia aspetta la ripresa come il condannato la grazia nel braccio della morte. Il debito pubblico ha comportato e comporta un imponente drenaggio di risparmio, che è stato così sottratto agli impieghi produttivi e dirottato al pagamento delle cambiali pubbliche, spesso emesse per gli spassi e le dissipazioni dei politici. Eppure i risparmiatori continuano a sottoscriverle. Il circuito vizioso dei debiti pubblici gira a mille. Perché? Gl’ingenui rispondono che dipende dall’eufemizzazione del linguaggio finanziario. Per esempio: la parola deficit (che un deputato storpiò nell’inglese difaisat!) suona quasi aulica perchè latina mentre in italiano sta prosaicamente per ammanco, disavanzo, passività; ancora, la parola flessibilità ormai ha il prevalente significato di “capacità di accrescere il deficit”; infine, la parola espansione ha finito per inglobare il significato delle altre due e mutarsi così in antifrasi.

David Hume dette invece la risposta giusta, che risulta essere sempre valida ovunque, e certo lo è nel nostro Paese: “Per quanto gli uomini si facciano in generale guidare più da ciò che vedono che da ciò che prevedono, sia pure con sufficiente certezza, le promesse, le assicurazioni, le belle prospettive, insieme alle lusinghe di un interesse immediato, hanno un potere tale che pochi sono capaci di resistere”.