Draghi Über Alles

C’è... vita dopo il Coronavirus? Mario Draghi, nel suo articolo pubblicato dal Financial Times del 25 marzo, offre la sua versione del Day After, una volta terminata l’attuale fase emergenziale, proponendo le contromisure necessarie che i poteri pubblici sono invitati ad adottare per evitare di precipitare l’Occidente in una depressione assai più drammatica di quella del 1929.

Tempo fa, avevo anticipato certi temi strategici proponendo al lettore alcune riflessioni sull’ipotetica introduzione di un “Qe-bis” per bilanciare i danni già causati dall’attuale globalizzazione incontrollata, a seguito delle massive delocalizzazioni produttive verso l’area asiatica che hanno fatto scivolare sotto la soglia di povertà moltissima parte della classe media occidentale. E di questo tipo di intervento c’è effettivamente bisogno anche ad avviso del super competente, ex rimpiantissimo Governatore della Banca centrale europea. L’analisi di partenza è semplice: “La pandemia da Coronavirus rappresenta una tragedia umana di proporzioni bibliche” dato che “giorno dopo giorno l’informazione economica mostra un netto peggioramento” del quadro incombente della recessione mondiale. Quindi, qual è la sfida nell’immediato futuro da dover affrontare? Evitare che dalla recessione si passi senza soluzione di continuità a una Depressione planetaria di lunga durata. Occorre, quindi, agire per tempo prima che i fallimenti a catena dei settori produttivi privati causino danni irreversibili al sistema delle catene di valore globali.

Allora, “È chiaro fin da ora che la risposta non può non coinvolgere aumenti significativi del debito pubblico”: l’emissione di Bot deve essere finalizzata ad assorbire del tutto o in parte la perdita di guadagni del settore privato e a copertura del suo indebitamento attuale per far fronte alle prospettive di recessione economica. Lo scenario, destinato a diventare “permanente”, è quello di “sempre più alti livelli di indebitamento pubblico”, da accompagnare con misure di “cancellazione del debito privato” causato da uno shock economico di cui il privato non è responsabile. E qui Draghi fa l’esempio della Prima guerra mondiale, con Italia e Germania che scelsero di finanziare lo sforzo bellico attraverso le tasse (che coprirono dal 6 al 15percento delle spese di guerra), mentre invece l’Austria Ungheria e Francia fecero esattamente il contrario.

Ovviamente, la questione cruciale alla base di tutto non è quella dell’ulteriore indebitamento ma di come lo si deve utilizzare. In primo luogo, garantendo i sussidi per la sopravvivenza di coloro che il lavoro lo hanno perduto e proteggendo soprattutto i lavoratori che potrebbero perderlo a causa della pandemia. Con quali strumenti attuativi? Ad esempio, ritardando il pagamento delle tasse e garantendo la necessaria, immediata iniezione di nuova liquidità al sistema economico, aspetto essenziale, quest’ultimo, per dare copertura all’attuale esposizione finanziaria del mondo degli affari sia delle piccole come delle medio-grandi imprese e lavoratori autonomi.

Va, in particolare, concepita un’azione corale e comune mobilitando tutti i sistemi finanziari esistenti: mercati dei bond, banche e quanto altro. Alle banche, in particolare, spetta il compito della creazione istantanea di moneta, assicurando scoperti bancari e nuove linee di credito facilitato a tassi zero garantiti dal governo alleggerendo i vincoli normativi in vigore, a beneficio di quelle aziende che abbiano l’obiettivo di salvare posti di lavoro. Le imprese che si saranno indebitate per sostenere i precedenti livelli occupazionali avranno diritto a veder cancellato il loro debito pregresso finalizzato a tale scopo. Saranno poi proprio i tassi a zero a sollevare i governi dall’assumere ulteriori oneri per il pagamento degli interessi sul debito. Questo perché “lo shock che abbiamo di fronte non è di tipo ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffriranno.

In conclusione, Draghi evidenzia come il costo di un intervento non immediato da parte dei poteri pubblici potrebbe comportare danni irreversibili, come accadde negli anni venti del XX secolo. Quindi, la velocità dell’intervento pubblico deve essere in grado di compensare quella analoga della svalutazione degli asset dei bilanci privati in modo da far sopravvivere il sistema economico europeo.