Questa gestione economica dello Stato ci porterà al conflitto sociale

venerdì 22 maggio 2020


È venuta l’ora di sfatare l’antica credenza popolare che vedrebbe tasse e tributi di commercianti, artigiani e Partite Iva varie utili per pagare gli stipendi ai pubblici dipendenti. Era così sino a più di trent’anni fa. Ma, il nostro legarci sempre più ai meccanismi finanziari europei, ha fatto sì che oggi solo in piccolissima parte le nostre tasse servano a pagare gli stipendi pubblici. Così solo i dipendenti di strutture consortili, nate per parcheggiarvi chi assunto dalle ex Province come negli ex Consorzi di bonifica (l’elenco degli enti è lunghetto) vengono pagati con quanto in cassa (presso le banche a tesoreria) nel consorzio, e con soldi racimolati dalle ex tasse provinciali su bolli auto e passaggi di proprietà (nonché competenze varie su collaudi, ricorsi in materia agraria...) e dal pagamento del “contributo obbligatorio di bonifica”, che dagli enti provinciali è passato alle Regioni in quasi tutto lo Stivale.

Per tutti i restanti dipendenti pubblici lo stipendio viene pagato con danaro creato elettronicamente dalla Banca centrale europea, perché s’è rafforzata negli anni una camera di compensazione perequativa che permette non manchi mai ossigeno per chi lavora nel pubblico impiego di tutta l’Unione europea. I funzionari ministeriali lo sanno bene, per questo non sono affatto preoccupati dalla chiusura di negozi o di botteghe artigiane, come della morte generalizzata delle libere professioni: c’è solo un po’ di legame affettivo al vecchio negozietto o all’artigiano amico.

Ma il dipendente pubblico è consapevole che a livello europeo l’unico commercio a norma Ue è quello esercitato dalla grande distribuzione, e nei centri commerciali. Così 17 milioni di disoccupati in più non turbano affatto i sonni di chi ha vinto un concorso o amministra lo Stato. L’unica preoccupazione d’ordine sociale (anzi di ordine pubblico) investe il Viminale, e perché molto difficilmente 17 milioni di italiani potranno accettare di morire d’inedia. Di rassegnarsi a quell’esclusione sociale che dovrebbe (secondo i Cinque Stelle) essere puntellata da un reddito di cittadinanza più ampio: il famoso “reddito d’emergenza” come primo pilastro di una “povertà sostenibile”. E allora perché si continua a parlare di tasse e di evasione fiscale? Questo accade perché le tasse in parte (e, sottolineo, in parte) integrano i cosiddetti fondi infrastrutturali europei, sia a livello locale che centrale: fondi gestiti malissimo, ecco perché gli amministratori fanno affidamento per tappare i vari buchi su Imu, Tasi, Tari, Cosap, Tosap... Irpef. E qui andrebbe aperto il capitolo del signoraggio, ma ce lo riserviamo per il prossimo articolo, e per spiegare come i cittadini  paghino un prezzo eccessivo per usare il denaro.

Dopo questa premesse, corre obbligo sottolineare che allo Stato preme soprattutto che l’uomo di strada adempia ai versamenti previdenziali (Inail, Inps...), e perché rappresentano la copertura a pensioni ed infortuni. Il resto del denaro utile al fabbisogno pubblico viene creato. E chi governa l'Italia sa benissimo che il nostro non è più un Paese che crea economia. Sia il Pil che la bilancia del pagamenti sono i migliori esempi di “fake news”. Perché l’Italia da circa un trentennio ha gradualmente dismesso quasi il 70 per cento della sua funzione manifatturiera e primaria (produzione agricola). E Giuseppe Conte conosce questi dati, ecco perché cerca di svendere l’Italia a chi potrebbe rimettere a reddito aziende e territori. Va detto che questo è il miglior periodo per svendere l’Italia, perché la classe dirigente (a parte Conte e qualche suo sodale) poco o nulla sa di come si controlla la contabilità dello Stato.

Nell’ambito della finanza pubblica, la contabilità di Stato è quel complesso di norme che disciplinano la gestione economica dei pubblici poteri: comprendente l’organizzazione finanziario-contabile, la gestione patrimoniale, l’attività contrattuale, la gestione del bilancio pubblico, il sistema dei controlli e le responsabilità dei pubblici amministratori. Lo Stato è l’ente pubblico per definizione: è il soggetto principale della spesa pubblica, dirige e coordina l’intera attività delle strutture pubbliche per la soddisfazione delle esigenze di ogni singolo cittadino come dell’intera nazionale. La fonte primaria della contabilità dello Stato (come di tutti gli enti pubblici) è la Costituzione. Ma come potremmo mai coniugare le attuali metodiche di creazione della moneta elettronica con quanto codificato settantacinque anni fa? La stessa Corte dei conti ha più volte sottolineato come la dottrina, a causa dei vari interventi legislativi (adeguamento a norme Ue), abbia finito per disegnare un sistema contabile fortemente disomogeneo, caratterizzato da una pluralità di filosofie e principi ispiratori, a discapito di quel coordinamento finanziario ben scritto all’articolo 119 della Costituzione, in cui si parla dell’effettività dei controlli comparativi fra i diversi livelli di gestione dello Stato.

Poi s’è perso il controllo della macchina pubblica, e con stipendi a ruota libera e non parametrati a mansioni e responsabilità. Soprattutto queste metodiche hanno creato una profonda frattura tra chi comunque e sempre si vedrà accreditato uno stipendio (tutta moneta elettronica) e quella parte del Paese che stenta a fatturare, a fare cassa, a mantenere nella marginalità l’impresa. Il coronavirus ha dimostrato che la creazione di moneta elettronica nel pubblico impiego prescinde da qualsivoglia crisi. Il rovescio della medaglia è il prezzo di fuga dal mercato per più del 50 per cento del settore privato. Eppure i padri costituenti avevano previsto lo Stato tutelasse la libertà d’impresa, ma erano altri tempi e c’erano uomini con ben altra coscienza e principi.


di Ruggiero Capone