Lega e Bce: le relazioni pericolose

martedì 9 giugno 2020


Il Governo Conte bis ha messo gli occhi sui prestiti promessi dall’Unione europea mentre snobba le buone notizie che arrivano dai mercati sulla risalita del gradimento per i titoli del nostro debito sovrano. Perché?

La risposta che la maggioranza parlamentare ha confezionato poggia sul diverso costo delle due forme d’indebitamento: vantaggioso quello contratto attraverso l’adesione ai piani europei, troppo oneroso quello procurato sui mercati finanziari. L’argomento è specioso e nasconde trappole. Di là dalle ricadute sull’autonomia decisionale dello Stato, generate dalle condizionalità che accompagnano la concessione dei loans di fonte Unione europea, il problema reale è il contraccolpo che si avrebbe sull’appetibilità del debito italiano.

I prestiti concessi dal Meccanismo europeo di stabilità (Mes), ad esempio, godono della condizione di crediti privilegiati, cioè hanno la precedenza sugli altri nell’essere rimborsati. Una simile ipoteca produrrà un impatto negativo, al momento non quantificato, sulla domanda d’acquisto dei titoli di Stato ordinari emessi per il mercato primario. Gli investitori internazionali saranno ugualmente interessati a investire sul nostro debito sovrano? Non è irrilevante il particolare che, dati Bankitalia al 2019, il 28,8 per cento (693 miliardi 323 milioni di euro) del debito italiano, da rinnovare periodicamente, sia in mani straniere. Accadrà che il Tesoro, per collocare le nuove emissioni, dovrà assicurare maggiori rendimenti. L’effetto finale? Si perderà ciò che si sarà risparmiato aderendo ai programmi di sostegno finanziario dell’Ue. Perché allora non puntare subito sul favore del mercato? Per di più che, nei giorni scorsi, le richieste di acquisto di Btp decennali, collocati in via di sindacato attraverso un pool di banche, hanno toccato la cifra record di 100 miliardi di euro a riprova che il mercato crede nelle capacità di ripresa del sistema-Italia.

Alberto Bagnai, economista-ideologo della Lega, ha la risposta. Il presidente della Commissione finanze del Senato punta il dito contro il Partito Democratico. In un’intervista concessa al quotidiano “La Verità” di Maurizio Belpietro l’esponente politico prende di mira il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, “Lo storico che non passerà alla storia”. Sostiene Bagnai: “È senza senso che l’Italia nel primo trimestre abbia avuto emissioni nette negative, cioè rimborsi. E quindi quel ritardo (a nuove emissioni, ndr) appare doloso, volto a precostituire una condizione di crisi di liquidità”. La spiegazione? “La premessa è che se il Tesoro colloca titoli, con quei soldi fa quello che vuole. Se invece si rivolge a qualunque istituzione Ue, con quei soldi deve fare ciò che vuole quella istituzione Ue”. Prosegue Bagnai: “Il fatto è che il Pd ha bisogno dell’Europa per restare al potere, e alcune associazioni di categoria hanno bisogno (sottolineo: in questo momento) del Pd, visto che il Pd sta al Governo… L’equazione è: Pd uguale Europa uguale Mes”.

Critica muscolare che, tuttavia, condividiamo totalmente. Questa sinistra ci vuole al guinzaglio dei poteri forti europei. Una maggiore disponibilità nel puntare sulla fiducia degli investitori porrebbe l’Italia nelle condizioni di non dipendere integralmente dagli interventi vincolanti dell’Ue. Il che non significa essere antieuropeisti o sovranisti. Una nazione capace di reggersi sulle proprie gambe sarebbe un partner più ascoltato, anche nel contesto comunitario. Un bene per l’Italia ma non per la sinistra italiana.

La Lega, con Fratelli d’Italia, si erge a paladina dell’autonomia della nazione rispetto ai tentativi, finora quasi sempre riusciti, del suo soggiogamento all’egemonia dei Paesi forti del fronte europeo. Eppure, nelle scelte leghiste affiorano contraddizioni che disorientano. Si è detto dell’adesione della Lega a una strategia che spinga le imprese e le famiglie italiane a partecipare attivamente alla ripresa economica del Paese muovendo la quota detenuta di debito sovrano da quell’imbarazzante 5,8 per cento registrato nel 2019 (fonte: Banca d’Italia). Sarebbe logico attendersi che la linea politica leghista si focalizzasse sull’incentivazione dello strumento “autarchico” d’indebitamento.

Invece, è proprio Alberto Bagnai, nel corso dell’intervista, a esprimersi in favore dell’azione salvifica che sta svolgendo la Banca centrale europea acquistando illimitatamente titoli del nostro debito sovrano. Bagnai si giustifica asserendo che: “... Noi (i leghisti, ndr) siamo ancorati al principio di realtà. Mica siamo come il Pd, che sogna un’Europa che non c’è. Noi vogliamo agire nell’Europa che c’è. Nell’attuale Ue, l’unica istituzione funzionante e sovrana è la Bce”.

D’accordo il pragmatismo, ma non è una contraddizione in termini stigmatizzare l’interferenza dei poteri sovraordinati dell’Ue nella nostra politica monetaria salvo a pensare di mettere nelle mani della Bce, quindi dei banchieri, il futuro dell’Italia? L’incongruenza non è sfuggita a Renato Brunetta che, in un articolo pubblicato dall’Huffington Post, ha sollevato un’obiezione. Scrive Brunetta: “Forse i propugnatori di questa pericolosa teoria non si accorgono che, delegando, nel caso dell’Europa, alla Bce tutto il potere decisionale alla politica monetaria, e invocando la politica monetaria come sola soluzione ai problemi economici, si crea di fatto una situazione dove una ristrettissima oligarchia di banchieri, più o meno legittimati dal potere politico, ha in mano, di fatto, la potestà di decidere tutto per tutti”.

Brunetta non ha torto. Sarebbe opportuno che il vertice leghista correggesse il tiro. Lo schema che vede la Bce farsi compratore di ultima istanza dei nostri titoli di Stato può reggere solo per ragioni urgenti e contingibili connesse all’emergenza generata dalla crisi pandemica. Che è poi ciò che sostiene Mario Draghi. Al contrario, una politica monetaria fondata sul ricorso ordinario al Quantitative easing senza precisi limiti temporali avrebbe un effetto boomerang. Le politiche ultra-espansive del debito pubblico farebbero presto dimenticare la necessità di riportare i conti dello Stato all’interno dei parametri di sostenibilità. L’Italia non può permetterselo. Non si tratta di rimpiangere la deprecata stagione dell’Austerity e dell’ottusa applicazione del Patto di stabilità e di crescita, nondimeno l’extra deficit va tenuto sotto controllo. Il modo migliore per schivare il rischio di darsi alla spesa corrente improduttiva è prendere in prestito dall’Europa il meno possibile. Meglio sarebbe non prendere nulla. Che se poi dovesse servire maggiore liquidità da destinare agli investimenti, la si chieda agli italiani. A riguardo, siamo Kennediani. Se per primo il cittadino che ha solide disponibilità economiche non avvertisse il dovere etico di fare qualcosa per il suo Paese, investendo parte dei suoi risparmi nell’acquisto di titoli di Stato, che senso avrebbe parlare ancora di patria e di spirito nazionale?


di Cristofaro Sola