Dalle fonti rinnovabili all’uso rinnovato delle fonti

giovedì 20 gennaio 2022


 La cabina di regia governativa

È ormai passato oltre un decennio dal famosissimo “secondo conto energia”, il decreto di finanziamento delle fonti rinnovabili con cui ha “preso il volo” l’installazione generalizzata degli impianti fotovoltaici. Ma oggi il sistema energetico si è riorganizzato in modo profondamente difforme rispetto alle iniziali attese, ipotizzate lineari e gradualmente migliorative, che vedevano nell’accoppiata libero mercato-rinnovabili una vantaggiosa evoluzione per l’utenza. Oggi, purtroppo, quegli obiettivi sono largamente disattesi. E il prezzo dell’energia, principale parametro di riferimento per valutare, in sintesi, la bontà e l’efficienza di un sistema, è solo cresciuto.

Eppure, a ben vedere, il cedimento di questo innaturale matrimonio tecno-economico era evitabile: il fil rouge di sintesi potrebbe essere trovato in una distorta idea della concorrenza applicata al mercato dell’energia, mercato che è unico nel suo genere, sia per la natura delle commodity “energia elettrica” che per le correlate specificità tecniche.

Fra le tante estemporaneità possiamo ricordare:

- il meccanismo degli incentivi, sia che si faccia riferimento al feed-in premium (il “conto energia ventennale”) ovvero al feed-in tariff (“tariffa onnicomprensiva”): è risultato troppo dispendioso, tanto risultare il più generoso d’Europa e, in alcuni casi, del mondo;

- le assegnazioni dei finanziamenti non hanno seguito criteri di mercato, che sono la principale metodologia per individuare e selezionare le tecnologie capaci di ripagarsi da sole, adottando, invece, come criterio premiante solo la natura della fonte;

- è mancato un preventivo piano d’integrazione fra rinnovabili e termiche, risultando così un’anomala concorrenza fra due modalità di generazione che hanno funzioni e criteri di utilizzo del tutto diverse. L’esito è stato lo snaturamento della funzionalità propria degli impianti termoelettrici, sempre più chiamati a lavorare in chiave compensativa e/o sostitutiva per gli squilibri e le mancanze della generazione da Fer (Fonti energetiche rinnovabili) piuttosto che lasciati autonomi di produrre in modo programmato;

- le rinnovabili entrano nella piattaforma di borsa con priorità di dispacciamento attraverso offerte a prezzo zero, mentre alle termiche è destinato il residuo della domanda, le cosiddette “ore vuote”, con prezzi sempre meno sostenibili.

L’assenza di una metodologia di selezione tecnologica delle fonti di produzione mediante il prezzo ha avuto, come effetto, la cannibalizzazione degli impianti termici, il cui parco, peraltro, era stato interamente rinnovato nel decennio precedente, risultando il più moderno d’Europa. Così solo sono state dismesse o chiuse, solo da Enel, oltre 50 centrali termo-elettriche; ma sono tantissimi gli impianti di potenza di altri operatori che non hanno più avuto convenienza a produrre e sono stati posti in fermo di lungo periodo, con la connessa cassa integrazione e/o licenziamento dei lavoratori: la perdita secca degli ultimi 15 anni registra una drammatica caduta di oltre 100.000 addetti del settore, tutti contrattualizzati.

Va poi ricordato che gli incentivi sono arrivati a sfiorare i 12,5 miliardi (2016) – l’importo annuale dipende dalla cumulazione dello specifico conto di attivazione – per poi giungere alla fine dei 15-20 anni all’astronomica cifra di 220-240 miliardi, tutti a carico degli utenti. Tanto per dare una misura dell’insensato gigantismo di questa spesa, il ponte sullo Stretto di Messina ha una stima di costo intorno ai 4 miliardi; l’alta velocità Napoli-Bari 6; la tanto criticata Torino-Lione, che prevede tunnel lungo 57 chilometri, arriva ad 8. Tali opere offrono una tesaurizzazione della spesa di molti decenni, ossia l’investimento non si esaurisce nella sola e semplice realizzazione dell’opera, bensì nella sua fruizione nel corso degli anni. Al contrario, l’intero sforzo finanziario speso per gli impianti (Fer) serve solo per la loro installazione e funzionamento ordinario. E non avrà vantaggi durevoli, perché ben prima della scadenza finale degli incentivi, gli impianti dovranno essere riammodernati.

A fronte di tutto ciò, i vantaggi reali e monetari degli incentivi collettivi sono andati a un gruppo molto ristretto di beneficiari: i proprietari degli impianti che, per le installazioni più grandi, sono spesso costituiti da banche e/o fondi di investimento. Di fatto si è trattato di una distrazione di ricchezza dall’utenza a favore di gruppi finanziari o d’investimento, di frequente stranieri.

La situazione, nel suo complesso, è incontrovertibile, nota agli operatori ed è soprattutto in totale svantaggio ai consumatori, punto sul quale non si è ancora intervenuti con sufficiente azione riequilibratoria. La problematica, quindi, non è – ne è mai stata – l’utilizzo degli impianti rinnovabili, come da taluni si è voluto far intendere, bensì la distorsione politica che se ne è fatta per ragioni di opportunità elettorale. Condotta che ha imposto il criterio dell’adozione estemporanea su quello della programmazione: finanziamento subito e ripetuto, senza un’equilibrata gradualità di inserimento delle nuove fonti, e in ragione della domanda complessiva che era in vertiginoso calo a causa della recessione economica. L’elemento compensativo di questa distonia sono state le risorse finanziarie impiegate e disperse, in un Paese come il nostro affamato di liquidità, con un’inflazione che, in molte aeree, è addirittura ancora negativa.

Se questo è lo stato dell’arte, la necessità e la speranza è quella di riorganizzare l’intero parco produttivo italiano secondo un uso rinnovato delle fonti seguendo le linee di indirizzo della Sen 2030. Come noto il Sistema elettrico (Se), nella sua complessità, necessita di programmazione pluriennale per garantire la massima efficienza ed il minor costo di esercizio. Ed è oltremodo ottimistico credere che l’intero parco impianti si assesti autonomamente per solo effetto della concorrenza. Allora, la parola d’ordine che deve guidare questo profondo processo di riconversione e rilancio dovrà essere ottimizzazione. Infatti, uno sforzo riorganizzativo tanto profondo richiede due cose: un adeguato strumento di selezione degli impianti tecnologicamente migliori.

Il secondo elemento richiesto è la razionalizzazione delle risorse fin qui profuse nel Sistema elettrico: tecnologia, territorio e finanze. Il fine è di correggere gli errori (specie quelli di impostazione), alleggerire i costi, migliorare le prestazioni. L’idea di fondo è semplice: poiché abbiamo pagato in modo così caro il parco rinnovabili, cerchiamo di valorizzarlo al meglio da qui ai prossimi decenni, tentando, per quanto possibile, di far recuperare un po’ di spesa ai consumatori.

Vediamo come sia possibile far convergere le tre voci in definite operazioni riorganizzative. La problematica attuale delle originarie installazioni Fer è l’obsolescenza; si tratta di un processo che evidentemente riguarda tutti i tipi di apparecchiature, ma che nel nostro caso ha una duplice valenza. La prima è data dal fatto che tali macchine non sono destinate all’uso finale, ma alla produzione e quindi il calo della resa depaupera dell’elettricità l’utenza: si è pagato tanto per avere una resa decrescente. Una seconda implicazione concerne il tasso d’innovazione tecnologico, molto intenso nell’ultimo decennio, capace ormai di esprimere un rapporto output/costi installazione sempre vantaggioso. Ma gli impianti sono fermi a una tecnologia vecchia di almeno un paio di lustri, obbligando ad una tesaurizzazione del “vecchio” l’iniziale spesa.

Oltre all’obsolescenza c’è da affrontare la questione dell’intermittenza relativa ad un parco rinnovabili sempre più grande. Sono ormai pronti stoccaggi con batterie, anche per grandi impianti, che si possono installare in modo progressivo per mitigare i disservizi sulla rete e la caduta improvvisa della produzione. Si tratta di un’operazione essenziale, al fine di conservare il valore dell’investimento in fonti rinnovabili: se i consumatori devono pagare per un simile impianto, che questo venga dotato di stoccaggio per regolare i flussi di energia e permanga performante ai livelli massimi possibili.

Inoltre, specie in Puglia, è stato fatto scempio delle coltivazioni, in particolare di ulivi, per installare impianti fotovoltaici di potenza a terra; è inammissibile lo spreco di spazio in un paese piccolo e pieno di rilievi come l’Italia: il Paese non può permettersi di perdere ettari. E, ancor di più, non possiamo permetterci di perdere il patrimonio boschivo e agricolo. È evidente il paradosso: proprio per difendere l’ambiente con produzione a zero immissioni, si tagliano o sradicano gli alberi che sono i primi e naturali scambiatori di Co2 contro ossigeno. Gli impianti vanno traslati in appositi siti, come zone industriali dismesse, aree militari, borghi ed edifici pubblici in disuso. Spazio disponibile già edificato ce n’è; non ne sprechiamo altro che potrebbe destinarsi al verde.

Quindi recupero di tecnologia, di spazio, ma anche e soprattutto di costi. Ciò che veramente conta è promuovere una progettualità d’insieme, per tutto il Sistema elettrico nel quale le installazioni lavorino in modo concomitante, concorrenziale, ma non distruttivo. Quest’ultima ipotesi si verifica a seguito di una chiamata alla produzione effettuata in modo non successorio, ma contestuale, ossia più impianti competono fra loro senza una regola di mercato, condizione che causa conflittualità potenziale, a causa di una eccedenza di impianti, cioè di offerta di energia rispetto alla domanda puntuale (oraria e giornaliera) che occorre servire. Ma per promuovere una visione d’insieme, pluriennale e armoniosa, occorre un soggetto pubblico di riferimento che possa dare le linee di indirizzo e sviluppo. Un organismo che oggi non esiste, ma che potrebbe essere appositamente creato: la cabina di regia governativa.

Il nuovo Ente – da definirsi nei compiti e nei poteri – avrebbe come compito primario l’indirizzo del Sistema energetico nazionale e il suo costante aggiornamento, volendo realizzare una sintesi fra le diverse parti (operatori di mercato, territori, consumatori) affinché non si creino tensioni distorsive, tanto all’interno di un ventaglio di medesimi obiettivi, quanto fra diversi, al limite antagonisti, indirizzi d’azione. Proprio con l’intento di prevenirli la “Cabina” – alla quale parteciperanno l’intera gamma di attori – agirà da camera di compensazione, enucleando alla fine una sola linea di sviluppo.

La determinazione che si vorrebbe raggiungere è quella del massimo avvicinamento all’ottimalità (paretiana) del sistema energetico italiano, depurato, attraverso un attento, meticoloso e durevole lavorio di adeguamento, di ogni ridondanza, rigidità e inefficienza. Un sistema, cioè, che sia capace di adeguarsi alle differenti sollecitazioni economico-ambientali e di esprimere sempre il minor prezzo di esercizio per la propria utenza.

 


di Pierpaolo Signorelli