Economia da guerra o guerra economica?

L’evolversi di questa “maledetta guerra” condizionerà la politica economica del Paese. Fare delle previsioni oggi risulta alquanto complesso. Comunque dobbiamo rivedere le nostre aspettative di crescita e di stabilità finanziaria. Troppe sono le variabili che potranno condizionare l’andamento della nostra economia:

1) Stagflazione: l’inflazione accompagnata da una stagnazione ovvero da una recessione economica, rappresenta oggi il principale rischio del Paese. Possiamo ancora sperare in un repentino rientro dei prezzi ma oggettivamente la strozzatura sugli stock di magazzino dovuto alla domanda post pandemia, nonché la presenza di enormi quantità di moneta in circolazione causata da anni da necessarie politiche espansive dalle principali banche centrali mondiali, difficilmente potranno raffreddare nel breve periodo la spinta sui prezzi che sembra ormai essere consolidata.

2) Shock energetico: la possibilità di una restrizione nell’offerta di energia dalla Russia potrebbe essere un ulteriore elemento di spinta sia verso l’aumento dei prezzi, sia della recessione. Inoltre, gli aumenti dei costi dei fattori produttivi delle aziende non potranno che essere scaricati di default (a eccezione dei beni di prima necessità) a breve scadenza sui consumatori finali riducendo inevitabilmente i margini delle stesse aziende produttrici.

3) I sindacati naturalmente già cominciano a spingere su un giusto adeguamento dei salari per non impattare sul potere di acquisto dei cittadini, provocando come la storia e la politica economica ci insegnano, una ulteriore spinta al rialzo dei prezzi, originando un pericolosissimo vortice inflattivo.

4) La fine della politica monetaria espansiva, con l’aumento dei tassi da parte delle banche centrali con il fine di mitigare la spinta inflazionistica, causerà un aumento del costo del denaro e un maggior costo del debito pubblico riportando la paura della sostenibilità dei debiti pubblici così come avvenuto nel 2011.

5) II conseguente rafforzamento del dollaro a causa della maggiore politica restrittiva della Fed americana potrà rafforzare positivamente le esportazioni europee nella seconda parte dell’anno e questa è certamente una buona notizia, visto che il nostro Paese ha ancora la possibilità di una crescita intrinseca di circa il 2,3 per cento.

Ho sempre l’abitudine di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma per concentrarsi sulle possibili azioni da porre in essere e sulla risoluzione del problema, ritengo che sia necessario partire da un’analisi oggettiva della situazione così come sopra descritta. Non è un caso che ormai si parli di una nuova suddivisione del mondo, della fine della globalizzazione, di un attacco al dollaro come moneta di riferimento e di uno scenario che dovrebbe essere evitato da Terza guerra mondiale. Potrei avere un’opinione, ma a parlare di ciò saranno gli esperti di settore. Certamente ci saranno nuovi equilibri, ma è necessario che non si crei panico. Il conflitto finirà e si stabilizzerà (convinto che lo spauracchio dell’atomica sia solo un argomento di pressione) e andremo avanti come abbiamo sempre fatto.

Affrontare questo mare in tempesta necessita di considerare un assunto imprescindibile e cioè che nessun Paese “stand-alone” avrà la possibilità di mitigare questa situazione macroeconomica. Lo abbiamo compreso e messo in atto durante la pandemia, lo stiamo facendo nell’affrontare la guerra scatenata da Vladimir Putin e dobbiamo continuare a farlo per il futuro.

Dunque:

1) Bisognerà inconfutabilmente dire che soltanto una condivisione nelle politiche di sostegno alle economie europee, così come è avvenuto con il Recovery fund, potrà effettivamente dare quello stimolo e quella resilienza alle nostre economie. Da soli, molti dei Paesi europei, non potrebbero agire con importanti politiche keynesiane senza impattare sui mercati finanziari tramite un grande e ulteriore deficit di bilancio, con il rischio di innescare la speculazione sullo spread e sui debiti sovrani.

2) Bisognerà spingere sull’Energy recovery fund.

3) Bisognerà modificare i Patti di stabilità legando gli obiettivi di finanza pubblica sia al ciclo economico attuale che agli scenari previsionali e non principalmente sul raggiungimento di singoli indici di bilancio pubblico e deficit annuali.

4) Bisognerà modificare il processo decisionale eliminando l’unanimità nelle decisioni della Commissione europea se non per i Paesi fondatori.

Il nostro Paese dovrà quindi esprimere una classe politica ed una burocrazia utile ad assecondare e promuovere questa nuova ulteriore integrazione europea a discapito dei normali rigurgiti nazionalisti. La crisi economica potrà essere una opportunità o la disgregazione economica dell’Europa se porterà ad una recrudescenza di spinte populistiche. Certamente la classe politica dovrà avere la capacità di non nascondersi dietro il “c’è lo chiede l’Europa” o nelle piccole beghe interne, ma sviluppare una forte campagna di confronto e orientamento nel Paese, spiegando la convenienza e le opportunità che una forte integrazione europea offre all’Italia e agli altri partner.

Sarebbe opportuno evitare di far esplodere in modo demagogico un conflitto sociale, scaricando le colpe di eventuali politiche restrittive sulla vecchia polemica dell’evasione fiscale (che va naturalmente perseguita con forza e serietà) ma senza utilizzarla per dividere il Paese tra chi ha una busta paga e chi una partita Iva. Agli italiani andrà illustrata la complessità delle decisioni e delle situazioni, perché questo è l’unico modo per combattere “l’uno vale uno” e il populismo dilagante alla ricerca dell’uomo forte. La globalizzazione o il multilateralismo si governano solo facendo squadra. Dunque, maggior integrazione europea realizzando a tappe gli Stati Uniti d’Europa ma anche in Italia le forze politiche devono fare squadra per svolgere un ruolo in Europa. Come sempre da una crisi può scaturire una opportunità se essa trova una classe politica degna di questo ruolo e di questa missione.

(*) Economista