08 maggio 2012EDITORIALI
Quando a metà dello scorso aprile l'International Herald Tribune
titolò in prima pagina «Nella crisi della zona euro lo stress
diventa mortale», fummo colpiti dalla forza di quelle parole che
irrompevano nella discussione pubblica sugli effetti della
catastrofe economica occidentale e commentammo su Notapolitica.it,
con dolore ed incredulità, l'approssimarsi di una follia collettiva
indotta dalle politiche recessive in atto nel continente. Mai,
comunque, avremmo immaginato che la notte della ragione e della
disperazione si sarebbe spinta, soprattutto nel nostro paese, ben
oltre ogni più pessimistica previsione.
Lo choccante sequestro di quindici persone nella sede
dell'Agenzia delle entrate di Romano di Lombardia, in provincia di
Bergamo, da parte di un imprenditore annichilito dall'impossibilità
di far fronte alla pressione fiscale che lo aveva prostrato fino a
fargli commettere un gesto sconsiderato, per fortuna senza
conseguenze cruente, è il sintomo più evidente di una situazione
diventata insostenibile, dopo cinquantasei suicidi in quattro mesi,
decine di proteste più o meno violente contro se stessi di operai e
datori di lavoro, storie di miserie diventate ordinarie e
raccontate da giornali e telegiornali con la sufficienza propria di
eventi che fanno parte "necessariamente" ed "inevitabilmente" del
paesaggio sociale e politico del Paese. Non ci stiamo a considerare
"normale" quello che sta accadendo. E ci rifiutiamo di unirci al
coro degli ipocriti che biasimano, si indignano, si lamentano,
esprimono dolore, ma evitano accuratamente di dire che di tasse si
muore e non proferiscono neppure una parola in replica a chi
vorrebbe giustificare, in alto loco s'intende, le vittime delle
tasse stesse, ricordando gli oltre mille greci che si sono
tolti la vita perché non resistevano più alla morsa della miseria.
Non esiste, non può esistere lo spread della morte. E chi ritiene
di salvarsi la coscienza in questo modo è al massimo un contabile
da cimitero, piuttosto che un ragioniere chiamato a risanare -
quanto grottesca suona oggi questa parola - un paese che non merita
la classe politica che si ritrova, tecnica o partitica che sia. Sì,
aveva ragione l'Herald Tribune: uccide più il disagio che la
criminalità comune. E quando si arriva al mattino davanti al
cancello dell'azienda nella quale si è lavorato per una vita e lo
si trova sbarrato, cos'altro resta a chi deve comunicare alla
propria famiglia che da quel momento in poi bisognerà vivere come
accattoni? E chi si trova dall'altra l'arte del cancello, cosa deve
dire a se stesso, magari a propri avi che gli hanno lasciato in
eredità la fabbrichetta che sfamava centinaia di persone, tutte
conosciute da sempre? Forse, penserà, meglio farla finita piuttosto
che affogare nella vergogna anche per non essersi saputi far pagare
dalle pubbliche amministrazioni il dovuto in tempi congrui.
Creditori dello Stato sì, debitori mai. Dove vige questa legge
disumana? Ma in Italia, naturalmente, il Belpaese nel quale se
qualcuno si permette di avanzare la modesta proposta di una
compensazione tra crediti vantati e tasse da versare, come oche del
Campidoglio reagiscono i risanatori, bravissimi e solerti
nell'inventarsi gabelle, ma terribilmente incapaci di immaginare
modelli di crescita e di sviluppo per un popolo che è fin troppo
paziente al punto di pagare sempre tutto e comunque, posto che gli
evasori sono una minoranza che un potente Stato occidentale
non riesce a sconfiggere e deve ricorrere alla spettacolarizzazione
degli accertamenti (altrove silenziosi, discreti ed abituali) per
mostrare la propria forza.
Non può continuare così. Non ci si può uccidere o impazzire
perché non ce la si fa a pagare tasse inique e, dunque,
insopportabili. Non si può andare in depressione per l'Imu che
dovrebbe ridurci tutti sul lastrico: la più vergognosa delle
imposte immaginate la cui applicazione è oltretutto complicata e
nessuno ad oggi sa a quanto ammonterà alla fine. I partiti che
sostengono il governo hanno forse eccepito questo particolare che
introduce ad una verifica di costituzionalità posto che lo Statuto
del contribuente prevede a chiare lettere che con almeno un anno di
anticipo sul pagamento deve essere quantificata
dall'amministrazione tributaria la cifra da pagare? Neppure per
sogno. Si sta così, disperati, in attesa del prossimo "matto" che
si fa saltare il cervello o si butta dalla finestra. O magari tenta
una strage, non mancando di finire egli stesso in un lago si
sangue. Non ci piace questo Paese; non ci piace questa Europa. E ci
chiediamo come e quando abbiamo perduto la nostra innocenza di
italiani e di europei, sacrificando al cinismo e all'incapacità
degli arroganti la nostra umanità. Tutto avevamo immaginato nei
momenti più bui della nostra storia, tranne di veder morire gente
assetata di giustizia e di comprensione di fronte al freddo
Leviatano dello Stato fiscale di polizia. Le tasse sono un'altra
cosa.