16 giugno 2012EDITORIALI
È come in quei concorsi pubblici in cui per conquistare i due
posti in palio si presentano diecimila candidati. Con la sola
differenza che non c'è alcun bisogno di radunare i concorrenti in
immensi locali dove sottoporli a esami che il più delle volte, a
stare alle denunce dei bocciati, risultano truccati. Perché non ci
sono esami da effettuare ed il trucco è dichiarato in partenza. Si
parla, ovviamente, del prossimo Consiglio di amministrazione della
Rai.
Quello che in nome della trasparenza, dell'etica, della moralità
dovrebbe essere nominato dalla Commissione di vigilanza
parlamentare sulle trasmissioni radiotelevisive dopo un attento
esame dei titoli e dei meriti contenuti nei curricula sollecitati
dal governo per imporre un cambio di passo rispetto ai metodi
nefasti della vecchia lottizzazione. Nessuno mette in discussione
le buone intenzioni dell'esecutivo. Che, tanto per dare un segno di
profonda novità, ha designato per la presidenza e la direzione
generale della Rai al posto dei soliti "amici" di Alfano, Bersani e
Casini due "amici tecnici" di Mario Monti. Ma il frutto di queste
buone intenzioni è decisamente bizzarro. Le autocandidature al
Consiglio di amministrazione della Rai stanno diventando un
fenomeno di massa. L'esempio di Santoro e Freccero, i primi a
presentare i propri curricula, ha fatto scuola ed è diventato una
valanga che ogni giorno che passa aumenta a dismisura.
Il paragone con i concorsi per postino o per impiegato comunale
sono forse impropri. Ma quello con con le selezioni degli aspiranti
al Grande fratello o all'Isola dei famosi, visto che si parla di
televisione, è più calzante. Ormai non c'è un giornalista, un
intellettuale, in dipendente in pensione o in attività della Rai,
un professore con una qualche specializzazione in Scienza della
comunicazione che non abbia inviato il suo bravo curriculum a
Palazzo San Macuto, sede della Commissione di vigilanza. L'elenco
degli aspiranti amministratori è diventato sterminato. A
dimostrazione non solo della gravità della crisi economica, che
spinge anche gente che non se la passa troppo male a cercare una
sistemazione solida a viale Mazzini, ma anche dell'attaccamento
degli italiani colti e con alta coscienza di se stessi a "mamma
Rai" ed alla sua proverbiale funzione di ammortizzatore sociale per
la categoria degli intellettuali e dei perdigiorno. Insomma, una
volta eravamo un popolo di santi e navigatori. Adesso di aspiranti
consiglieri d'amministrazione della Rai! Ma l'aspetto più bizzarro
del fenomeno non è nella sua dimensione. È nel fatto che tutti
quelli che presentano il proprio curriculum sanno già che il
concorso è truccato. Cioè che a nessun componente della Commissione
di vigilanza della Rai passerà mai per la testa di esaminare
seriamente le autocandidature. E che i criteri di scelta saranno
quelli di sempre, sia pure coperti da questa allegra fiera delle
vanità e delle ambizioni sollecitata con improvvida ingenuità (o
furbesca protervia) dal governo dei tecnici.
A decidere saranno le segreterie dei partiti. Quelle del Pdl e
dell'Udc, senza tante ipocrisie. Quella del Pd, raccontando la
favola della designazione dei due consiglieri di sua spettanza da
parte di associazioni della società civile (che proporranno nomi
opportunamente suggeriti dallo stesso Pd). Ma se il concorso è
truccato ed il trucco palese e dichiarato come si spiega il
miracolo della moltiplicazione dei curricula? Semplice. Il nostro è
un paese dove alla tendenza dei governi ad ordinare il "facite
ammuina" corrisponde la tendenza italiana a farla di buon
grado.