Corte dei Conti: Monti non basta

mercoledì 3 ottobre 2012


Che al momento Mario Monti sia la figura che offre più garanzie come capo del governo non ci sono dubbi. Ma le formule “Monti-bis” o “agenda Monti”, che ci accompagneranno per tutta la campagna elettorale, appaiono del tutto vuote. Ad evocarle sono i gruppi politici che pensano di farsi traghettare nella nuova legislatura dall’inerzia della credibilità del professore, senza alcuno sforzo di elaborazione programmatica e di rinnovamento. Lo stesso Monti, però, non può più nascondersi dietro l’impresentabilità altrui. Se è in campo non più solo come carta d’emergenza, dovrebbe proporre la sua agenda per i prossimi cinque anni.

Agli elettori non può essere chiesto un assegno in bianco, anche perché qualsiasi cosa significhi, la cosiddetta “agenda Monti” non basta a superare la crisi. Anzi, perseverando con la terapia di quest’ultimo anno nella migliore delle ipotesi ci aspetta un altro decennio di crescita bassa o nulla, con tutto ciò che comporta per la sostenibilità della finanza pubblica. Ce lo dicono i dati, tutte le analisi più autorevoli, da quelle dell’Fmi ai puntuali giudizi dalla Corte dei Conti. Severo, quasi impietoso, quello di ieri alle Commissioni Bilancio, tanto che il ministro Grilli ha preso le difese delle politiche governative, negando che ci sia un «corto circuito» tra rigore e crescita.

Ma come già in altre occasioni, la Corte non ha messo in discussione che possano essere compatibili, si è limitata ad osservare che il «pericolo di un corto circuito» esiste a causa della composizione delle manovre correttive, per quasi il 70% fatte di aumenti di imposte e tasse, con la pressione fiscale oltre il 45% nel triennio 2012-2014, e del rinvio di interventi strutturali. L’urgenza ha indotto a ricorrere «pesantemente» al prelievo fiscale, «forzando una pressione già fuori linea nel confronto europeo e generando le condizioni per un ulteriore effetto recessivo», che «avrebbe dissolto circa la metà dei 75 miliardi della correzione prevista per il 2013».

Quasi due terzi del calo del Pil devono essere imputati «alle dimensioni e alla composizione» delle manovre attuate a partire dall’estate 2011. E il pareggio di bilancio – in termini strutturali, non nominali, cioè al netto degli effetti del ciclo, anche se la depurazione, a rigore, rileva la Corte, «dovrebbe applicarsi solo in presenza di perturbazioni di natura esogena e casuale» – conseguito con queste modalità appare «precario». «Soprattutto se incentrata sull’aumento del prelievo fiscale, si rivela, alla prova dei fatti, una terapia molto costosa e, in parte, inefficace». La spirale rigore/recessione in cui rischiamo di cadere è ben rappresentata dal calo delle entrate, nel 2013 inferiori di 21 miliardi rispetto a quelle previste nel Def di aprile: -6,5 miliardi per il rinvio degli aumenti Iva, ma ben 7,4 miliardi in meno di imposte dirette e 2,3 di contributi, da imputare ad una caduta del Pil «molto superiore al previsto».

Per il 2013 risultano «molto meno favorevoli i risultati sia in termini di avanzo primario (inferiore di oltre 16 miliardi) che di indebitamento netto (superiore di quasi 17 miliardi)». Minori entrate previste, rispetto a quelle attese a seguito degli interventi correttivi dell’ultimo anno, per circa 33 miliardi nel 2012, per oltre 41 nel 2013 e 44 nel 2014, e spese maggiori (al netto degli interessi) di 3, 5 e 2 miliardi. Insomma, il rigore da solo non basta, se manca una crescita su cui appoggiare la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica. Peccato che gli attuali livelli di spesa (pur al netto delle spese per interessi e investimenti fissi) e di prelievo, afferma con chiarezza la Corte, rappresentano un «drenaggio di risorse incompatibile con una efficace politica di rilancio dell’economia».

E a fronte degli effetti recessivi delle manovre, i risultati attribuiti alle cosiddette riforme strutturali appaiono largamente insufficienti per colmare il vuoto di domanda apertosi a partire dal 2007. Qualsiasi strategia per la crescita richiede «sicuramente che si apra una prospettiva di riduzione della pressione fiscale». Ovviamente senza compromettere la tenuta dei conti. Ma l’intervento che la Corte dei Conti suggerisce sulla spesa pubblica per liberare risorse da destinare al taglio delle tasse va oltre la mera manutenzione. Occorre ripensare «radicalmente il perimetro» dell’intervento pubblico, «individuare le aree di spesa che è opportuno dismettere, superando logiche meramente difensive».


di Federico Punzi