La politica estera della ruota di scorta

martedì 15 gennaio 2013


La Francia sogna la grandeur, l’Italia paga il conto. Il fallito attentato al console italiano a Bengasi è solo l’ultima scomoda eredità del vespaio libico stuzzicato dall’interventismo di Parigi, pedissequamente avallato con la politica estera da “ruota di scorta” adottata da Roma. Era stato infatti il wannabe Napoleone del terzo millennio, Nicolas Sarkozy, a premere sull’acceleratore per un intervento militare al fine di rovesciare Gheddafi. Ma, al netto delle legittime aspirazioni democratiche del popolo libico, a fare le spese maggiori di una “guerra lampo” sulla quale ancora oggi pesano più ombre che luci (a cominciare dal presunto zampino dei servizi francesi nell’uccisione del Colonnello) è stata l’Italia. Costretta a rincorrere goffamente i cugini francesi per non vedersi soffiare manu militari uno dei più importanti partner commerciali nel Mediterraneo.

Il conto per l’Italia è stato salato a cominciare dalle forze schierate. Come scritto da Leonardo Tricarico su l’Opinione, «oltre 2.300 sortite per 8.300 ore di volo. Uomini e aerei di 11 nazioni ospitati e messi in grado di operare da 5 basi nazionali. L’unica forza aerea presente in tutti i ruoli: rifornimento in volo, difesa aerea, guerra elettronica in tutte le sue forme, controaviazione offensiva e difensiva, ricognizione, soppressione difese aeree, guerra psicologica, persino droni senza pilota. Una rete di satelliti da osservazione con capacità uniche. Uso esclusivo di munizionamento di precisione, con la distruzione del 97% degli obiettivi ingaggiati. Un ruolo crescente man mano che vari paesi ritiravano i propri assetti o esaurivano le scorte». Senza contare il reiterato impiego sul campo degli incursori del Comsubin della Marina Militare, intervenuti a fianco dei Navy Seals statunitensi, dei SAS britannici e dei legionari francesi nelle operazioni contro i mercenari fedeli a Gheddafi. Un impegno fondamentale, dunque, senza il quale l’intera missione sarebbe andata gambe all’aria. L’Italia, però, è riuscita a rimediarne soltanto grattacapi. A cominciare dalla gestione delle ondate di disperati, di fronte a cui la la Francia non solo fece spallucce, ma addirittura chiuse le sue frontiere, in palese violazione del trattato di Schengen. Per finire con la messa in pericolo degli interessi petroliferi italiani in Libia.

Il petrolio libico è indispensabile alle nostre raffinerie. E il volubile governo provvisiorio di Tripoli si è già più volte dimostrato intenzionato a rivedere i vantaggiosi contratti sottoscritti a suo tempo dall’Eni con i plenipotenziari di Gheddafi. Lo zampino francese si insinuerebbe persino in un’altra pagina grigia della diplomazia italiana: quella dei due marò detenuti in India ormai da 335 giorni con l’accusa di aver uccisio due pescatori in un’operazione antipirateria. Proprio a New Delhi, Parigi e Roma hanno in ballo un braccio di ferro per la fornitura di 126 cacciabombardieri. L’India ha annunciato di aver scelto il francese Dassault Rafale, ma secondo i bene informati la linea remissiva adottata dalla Farnesina sulla vicenda dei due fucilieri farebbe parte di un tentativo di blandire i potenziali acquirenti e convincerli a passare all’Eurofighter, del cui consorzio fa parte anche l’Italia. Retroscena a parte, ora in Mali si prospetta un bis di quanto avvenuto in Libia.

Nonostante il cambio di colore all’Eliseo, infatti, François Hollande ha già mostrato di condividere con il suo predecessore la stessa invidia del pene gaulliste. Ed è partito alla carica inviando a Bamako aviazione e forze speciali, per supportare il traballante governo locale nella lotta ai ribelli islamisti. Un assolo dalle finalità esclusivamente politiche, in realtà, pensato per “mettere il cappello” sul futuro assetto del paese africano, dal momento che tanto l’Onu quanto l’Ue hanno già da mesi pianificato non solo l'intervento, ma anche tempi e modalità: per il momento, l’impegno italiano sembra essere limitato all’addestramento delle truppe maliane, così come sta già avvenendo per i soldati somali con la missione EUTM in Uganda. Ma non è escluso che all’Italia la comunità internazionale chieda presto un impegno maggiore. Specie se la crociata francese dovesse continuare a rivelarsi zoppicante come nei primi giorni di operazioni.


di Luca Pautasso