Zambetti intercettato: «Crespi non c'entra»

«Ma quello non ha dato neanche un voto, ma stai scherzando! Cose che hanno sentito dentro la macchina di questo...». “Quello” è Ambrogio Crespi, “questo” è Eugenio Costantino. Chi parla, non sapendo di essere intercettato anche in carcere mentre si sfoga con la propria convivente, è l’ex assessore alla casa Domenico Zambetti, accusato dai pm di Milano di avere comprato i voti dalla ‘ndrangheta per la propria elezione alle regionali del 2010 in Lombardia. Ovviamente lo scandalo nello scandalo è che i verbali delle intercettazioni ambientali siano in tempo reale “depositati” anche sulle scrivanie dei giornalisti, ma questa ormai in Italia è prassi. Zambetti nel colloquio fa riferimento anche a possibili ritorsioni che avrebbe potuto subire se si fosse recato a suo tempo in procura a denunciare l’estorsione subita: «Se io, invece di accettare, mettevo a rischio la famiglia e tutti quanti e andavo in Procura, qui diventavamo sorvegliati a vista per tutta la vita! Questa è la verità vera, eh! (...) Diventavo un eroe nazionale io, e voi per il resto della vita che c... facevate? ...Eh? Ci mancherebbe, ma è stato l'unico motivo per il quale ho accettato questa estorsione di m..., aaaah!».

Le parole irate di Zambetti sono rivolte alla convivente, al figlio e al genero che erano andati a fargli visita a Opera. Il dialogo, intercettato nella sala colloqui della casa di reclusione milanese il 22 ottobre, qualche giorno dopo l'arresto, e del quale è stata disposta dal gip Alessandro Santangelo la trascrizione, è ora sotto forma di brogliaccio depositata agli atti dell'indagine. Zambetti è arrabbiatissimo e usa il turpiloquio per definire la pm Ilda Boccassini, ma parlando scagiona pure uno dei principali coimputati di un’inchiesta che già da tempo cominciava a scricchiolare sui riscontri alle tante chiacchierate in libertà intercettate nella macchina del presunto boss della ‘ndrangheta (molto presunto) Eugenio Costantino. Il quale negli interrogatori anticipati qualche giorno fa dai giornali aveva già dichiarato di non conoscere Ambrogio Crespi e di avere voluto millantare il suo nome per ottenere vantaggi economici. I brogliacci sono stati depositati ieri e, oltre che in cancelleria a disposizione delle parti, sono finiti immediatamente sulle agenzie di stampa e domani si presume anche sui giornali che magari interpreteranno le parole arrabbiate e ambigue dell’ex assessore alla casa della giunta Formigoni ad usum delphini. Zambetti quando nel suo discorso parla di «estorsione» potrebbe riferirsi alle intimidazioni ricevute dai boss.

Questa sarebbe l’interpretazione contenuta nell'ordinanza di custodia cautelare del giudice secondo cui l’ex assessore alla casa «non aveva rispettato con puntualità gli impegni assunti nel patto di scambio preelettorale». In seguito alle minacce, come emergerebbe dall’interpretazione data dai pm ad alcune telefonate, l'ex assessore «risulta chiaramente spaventato e rassegnato». Ma quello che dice Zambetti non si presta soltanto alle univoche ricostruzioni della accusa. Una frase altamente sibillina per tutte, pronunziata subito dopo avere scagionato Crespi dal concorso in questo voto di scambio: «Questa è l'unica cosa al mondo che non mi immaginavo! Ma proprio una roba (...). Il discorso vero è che stavano aspettando che andava giù la giunta Formigoni...». Le accuse ai pm di manovrare politicamente l’inchiesta sono spesso ripetute. Zambetti si sente vittima di un’estorsione fatta da gente del giro della ‘ndrangheta, ma i magistrati sembrano volere credere alla sua complicità e lui si sfoga così coi propri congiunti: «Non solo abbiamo fatto la lotta alla 'ndrangheta prima, adesso dobbiamo fare la lotta contro la magistratura... (...) È il magistrato che è delinquente». Parole ignobili, ma abbastanza comprensibili per una persona che, in ipotesi, dopo avere subito un tentativo di ricatto si ritrova sbattuto in carcere insieme ai suoi presunti estorsori. Oltre che insieme a persone che come Ambrogio Crespi sono chiaramente estranee alla vicenda. E hanno avuto l’unica colpa di essere stati “nominati invano” da alcuni delinquenti che tentavano di millantare conoscenze che in realtà non avevano. E questa inchiesta, fatta anche di equivoci e interpretazioni distorte di una valanga di intercettazioni ambientali e telefoniche, assomiglia sempre di più al caso Tortora. Almeno per quanto riguarda la posizione dello sfortunato Ambrogio Crespi.