Napolitano male minore, ora le riforme

martedì 23 aprile 2013


La rielezione di Napolitano rappresenta senz'altro un sollievo, essendo scampati a ipotesi peggiori come Marini, il vendicativo Prodi o addirittura il “grillino” Rodotà. Ma anche indiscutibilmente un fallimento della classe politica, costretta a richiamare in servizio un signore di quasi 88 anni. E superato solo uno dei blocchi di questa fase politica, resta l'impasse sulla formazione del nuovo governo e, naturalmente, la gravissima crisi economica per lo più auto-indotta per eccesso di tassazione. Per la verità, è un fallimento soprattutto del Pd, che pur potendo contare su quasi la metà dei “grandi elettori” per il Colle non ha saputo indicare un proprio candidato senza spaccarsi, in una faida tra vecchie “glorie” (o salme) e tra generazioni, ma soprattutto dilaniato dall'eterna contrapposizione (nella sinistra) tra riformismo democratico e giacobinismo massimalista.

Un grave errore l'ha commesso anche il presidente Napolitano, permettendo al pre-incaricato Bersani di perdere tempo, e quindi, con l'avvicinarsi della scadenza del proprio mandato, facendosi da parte, rinunciando ad esercitare il potere di nomina del presidente del Consiglio che la Costituzione gli attribuisce. Anteporre la sua successione al Colle alla risoluzione del problema del governo, infatti, non ha avuto l'effetto sperato di favorire il dialogo tra le forze politiche, come pure era lecito aspettarsi trattandosi di un'elezione per la quale la Costituzione stessa (altro che inciucio!) richiede maggioranze qualificate. Anzi, il Pd ha scaricato sull'istituzione più alta della Repubblica tutto il peso delle proprie contraddizioni interne, quasi trasformando la successione al Colle in un suo congresso. Il dilemma delle forze alle quali aprire per tentare di formare un governo a guida Pd è entrato nella scelta del nome, producendo una situazione in cui, al di là degli antichi rancori personali, qualsiasi candidato, tranne Napolitano, avrebbe spaccato il partito. Marini e Cancellieri, perché identificati con una prospettiva di governo di “larghe intese” con il Pdl, non avrebbero ottenuto il consenso delle correnti e dei parlamentari contrari a tale ipotesi; Prodi, perché oltre a risuscitare irriducibili rivalità interne, sarebbe stato un dispetto al Pdl, senza per questo garantire un'apertura da parte del M5S; Rodotà, perché avrebbe significato “consegnarsi” a Grillo.

E' del tutto evidente, quindi, che a dispetto dei tentativi di negarlo da parte del Pd, era impossibile tenere distinta la scelta del nuovo presidente da un'ipotesi di governo o l'altra, dal momento che i poteri presidenziali di nomina e scioglimento delle Camere in questo caso sarebbero stati esercitati fin da subito. Anzi, le due questioni non potevano che essere intrecciate. Una circostanza che di per sé ci fa vivere una situazione tipicamente “presidenzialista”, in cui dal nuovo presidente dipende anche la maggioranza di governo. Un aspetto certamente positivo della rielezione di Napolitano è che sia pure indirettamente rilancia l'idea dell'elezione diretta del capo dello Stato, sia tra coloro che alla fine lo hanno pregato di rendersi disponibile, sia tra i cittadini che avrebbero voluto nomi diversi. Se si è certi, per esempio, che gli italiani avrebbero voluto Rodotà, allora per coerenza si dovrebbe sostenere l'elezione diretta del presidente come logico completamento dello schema “Quirinarie”, se siamo d'accordo che nelle urne – ancor meglio che nel web o nelle piazze – si esprime la volontà popolare. E' la prima volta nella storia repubblicana che un presidente viene rieletto. Se è vero che questa possibilità non è esclusa dalla Carta costituzionale, ma solo dalla prassi, e quindi non si può affermare che sia incostituzionale, è pur vero che la rielezione è concettualmente presidenzialista.

E' prevista, infatti, e costituzionalmente limitata, nei sistemi in cui il presidente viene eletto direttamente dal popolo e ha un mandato inferiore al nostro nella durata (4-5 anni e non 7), ma più politico, di governo. Tale è l'evoluzione in senso presidenzialista del ruolo del nostro capo dello Stato, avviata con l'adozione di un sistema maggioritario, che nel panorama politico non esistono proprio più figure “neutre”, super partes, e anzi la situazione richiede proprio una figura “di governo”, sia pure in un contesto di equilibrio tra i poteri. Inoltre, il presidente Napolitano, già riluttante ad accettare un secondo mandato, sarebbe ben disposto a lasciare nell'arco di uno o al massimo due anni, appena fosse riformato il sistema d'elezione alla presidenza della Repubblica. Ma il dilemma in casa Pd è solo rinviato: governo con Pdl e Scelta Civica, o voto (con il rischio di un bagno di sangue), considerando che Napolitano, ora rieletto, può sciogliere le Camere? E' molto probabile che questo pomeriggio Napolitano chiarirà che i partiti devono assumersi fino in fondo le loro responsabilità e che quindi non c'è spazio per governi di “medie intese” o solo tecnici, come vorrebbero molti nel Pd per non mettere la faccia su un accordo con Berlusconi. Ed è anche probabile che alla fine il Pd dovrà piegarsi, accettare il male minore: rialzarsi tra un anno, dovendo spiegare ai propri elettori l'“inciucio” col “giaguaro”, sarà difficile, ma votare subito sarebbe suicida. E' ovvio che un governo di larghe intese lascerebbe un bazooka in mano a Grillo, cioè gli permetterebbe di intestarsi il ruolo di unico oppositore nei confronti del “sistema”, dei partiti di maggioranza – per certi versi davvero un partito “unico” – ma non esistono scorciatoie.

C'è solo una possibile road map, che qui avevamo indicato già all'indomani del voto di febbraio: o Pd e Pdl sono in grado di collaborare seriamente e proficuamente per un numero ristretto di mesi, assicurando al paese 3/4 riforme di cui ha assoluto bisogno, economiche ed istituzionali (per adeguare finalmente Costituzione e legge elettorale al semipresidenzialismo di fatto in cui siamo), oppure sì, il M5S aumenterà i suoi consensi, ma a ragione. Il governo di “larghe intese” si rivelerà uno sterile arroccamento, se i partiti si dimostreranno ancora incapaci di fare riforme, ma è al tempo stesso l'unica, forse l'ultima, chance di lanciare una controffensiva all'antipolitica di Grillo. Un «pacchetto di provvedimenti economici», una nuova legge elettorale, l'elezione diretta del presidente e poi il voto, è la via che oggi sposa anche Matteo Renzi, nella sua tempestiva intervista a Repubblica, nonostante abbia anch'egli usato l'elezione del capo dello Stato per produrre un esito del tutto diverso, il ritorno immediato alle urne, da lui giudicato più conveniente dal punto di vista personale, e per regolare i conti interni: far fuori Bersani (e D'Alema). Ha finito però per scottarsi anche lui nell'esplosione del quartier generale: contribuendo a bruciare la candidatura di Marini, e da entusiasta sponsor di quella di Prodi, ha dismesso i panni del grande rottamatore e vestito quelli del riesumatore di salme, contraddetto la sua idea di leadership da conquistare nelle primarie, in una competizione a viso aperto, facendo ricorso ai vecchi intrighi correntizi pur di inseguire le proprie ambizioni. Da potenziale salvatore del Pd, rischia di restare coinvolto nel crollo del partito che lui stesso ha contribuito a provocare. In questi due giorni Renzi è politicamente “invecchiato”.


di Federico Punzi