Berlusconi e il futuro del centrodestra

Buffa storia quella di Ferdinando Adornato, che dopo aver passato qualsiasi sfumatura della tavolozza politica italiana, da sinistra a destra fino ad approdare al centro, lamenta su “Il Foglio” che per vent’anni il carisma berlusconiano abbia impedito di realizzare un progetto della destra e propone di dare finalmente vita ad un progetto del genere fondando il Partito delle Libertà attorno al carisma rampante di Matteo Renzi.

Per molti quella di Adornato non è una storia affatto buffa. Ma fin troppo indicativa del vizio storico degli intellettuali italiani, ereditato dalla tradizione che li ha visti vivere e prosperare sempre dietro qualche Mecenate o qualche Principe, Duca, Papa o Signore che sia, e di non saper mai vivere senza un “padrone”. Oggi il padrone si chiama Renzi. E, quindi, tutti dietro lui!

Seppure segnato da questo vizio antico, però, la proposta di Adornato un problema lo pone. Che non è quello di dar vita ad un improponibile partito renziano che metta insieme destra, centro e sinistra riformista attorno al rinato Uomo della Provvidenza. Ma che è quello, molto più concreto e attuale, di valutare quale potrà essere il futuro del centrodestra dopo che le elezioni europee avranno confermato le sue divisioni attuali e stabilito dei rapporti di forza alterati dalla diversità del voto europeo rispetto a quello politico-nazionale. Potranno i partiti che si auto-collocano nella vasta area moderata continuare ad essere divisi subendo l’iniziativa di un Partito Democratico rilanciato dal progetto leaderistico di vaga impronta blairiana di Renzi?

Oppure, magari prendendo a base proprio i rapporti di forza emersi dalle elezioni, cercheranno di ridare vita ad uno schieramento unitario per non essere definitivamente asfaltati da un Premier che non ha in testa il Partito delle Libertà di Adornato, ma solo di concentrare il potere attorno alla sua persona? Fino a ieri porre questi interrogativi significava sollevare il problema Berlusconi. Cioè della leadership di un personaggio che con il suo carisma ha dato un’identità al centrodestra italiano e che non è riuscito a dargli anche un progetto a causa delle resistenze delle componenti più legate alle rispettive tradizioni passate. Ma dopo che proprio per contestare quella leadership il Popolo della Libertà si è diviso in più rivoli e si è registrato che, a dispetto della persecuzione giudiziaria, quella leadership naturale ha continuato ad essere tale, ha ancora un senso sollevare il problema Berlusconi? Non è invece il caso di partire proprio dal riconoscimento che la leadership rimane, a dispetto di ogni sforzo di eliminarla per via giudiziaria, per affrontare il tema del progetto di un fronte moderato capace di misurarsi ad armi pari con il Pd renziano?

Chi vuole sfuggire al problema dei contenuti di un fronte moderato innovatore replica all’interrogativo riconoscendo la leadership formale di Berlusconi, ma rilanciando la questione della sua successione reale. Cioè riproponendo lo schema seguito da Alfano al momento della scissione del Nuovo Centrodestra. Ma possono bastare Primarie a cui, ovviamente, non far partecipare il leader naturale perché se lo facesse vincerebbe inevitabilmente, per identificare il successore del Cavaliere e infilare quest’ultimo nel Pantheon delle vecchie glorie?

In realtà se si parlasse meno di nomi e più di temi, cioè della necessità di identificare il minimo comune multiplo politico e culturale del fronte moderato, si potrebbe incominciare ad uscire dagli equivoci e avviare un percorso da realizzare sotto la guida di Berlusconi e nel riconoscimento di tutte le legittime ambizioni alla sua successione. Il tutto, però, nella consapevolezza che senza il progetto unificante di dare vita ad una rivoluzione liberale contrapposta a quella del riformismo autoritario di Renzi, non ci sarà né unità né successori. Solo divisioni e piccoli capi di partiti marginali!