Cisl, i mega-stipendi   non fanno scandalo

In settimana abbiamo assistito allo scoppio dell’“affaire Cisl”. Ne ha parlato ieri, sul nostro giornale, Claudio Romiti. Fausto Scandola, ex-funzionario del sindacato d’ispirazione cattolica, ha tirato fuori un dossier sugli stipendi d’oro dei dirigenti cislini. Perché lo abbia fatto poco importa, la dietrologia non ci appassiona. Tuttavia, apprendere che un sindacalista guadagni più del presidente Obama fa sensazione. Peggio, fa incazzare. Ma siamo, al momento, solo alla punta dell’iceberg per cui è presto per scandalizzarsi. Aspettiamo di vedere il pack.

Il punto dolente riguarda il ruolo di potere che negli ultimi decenni il sindacato ha conquistato, insinuandosi in tutte le articolazioni della Pubblica amministrazione dove ha agito alla stregua di un veleno paralizzante. Il “cavallo di troia” sono state le grandi scelte programmatiche, soprattutto degli enti locali, realizzate chiamando le cosiddette parti sociali a partecipare da co-attori ai tavoli della negoziazione territoriale integrata.

Sono anni che giganteschi flussi di denaro, afferenti dalle casse dello Stato e dell’Unione europea, vengono filtrati da questi Hub dei “buoni affari”. Si tratta di centrali di smistamento che decidono a quali settori, quali filiere, quali territori e, alla fine, a chi materialmente debbano essere destinate le risorse disponibili. È la “concertazione”, bellezza! Una forza di pressione immensa sul sistema produttivo che la politica ha deciso di condividere, secondo criteri consociativi, con le “parti sociali”. Questo cappello lessicale non nasconde solo la rappresentanza dei lavoratori, ma anche quella della controparte datoriale.

Insomma, agli occhi del mondo i sindacati dei lavoratori e le associazioni di categoria si fingono avversari per poi andare a braccetto a decidere come gestire i danè. In quelle atmosfere ovattate non si litiga, non ci si agita come fa Maurizio Landini in televisione a beneficio del suo alter ego, il comico Maurizio Crozza. Nelle stanze che contano ci si intende. Legittimo non crederci, ma chi ha tempo disponibile in questa torrida estate vada a rivedere i documenti di programmazione delle Regioni e dei Comuni. Punti l’occhio sulla distribuzione delle risorse. E verifichi chi firma, in calce agli accordi. Resterebbe stupefatto. Ma non è finita qui. Vi sono bacini di pescaggio a gestione esclusiva delle “parti sociali”. La formazione dei lavoratori è uno di quelli. Anche lì, guardate un po’ chi sono i promotori degli enti di formazione autorizzati a presentare progetti finanziabili ai fondi interprofessionali. Guardate da chi sono composti i sullodati fondi, chi siede nei Consigli di amministrazione e fate 2 più 2. Scommettiamo che vi troverete un bel 4 servito tra le mani.

Meglio rifarsi gli occhi con i Patronati che, dopo le slot machine, sono gli strumenti più diabolici per fare quattrini. Il meccanismo funziona alla perfezione: i soldi sono quelli dei lavoratori che gli istituti di previdenza girano al ministero del Lavoro. Quest’ultimo gestisce un fondo ad hoc dal quale attinge le risorse per rimborsare le prestazioni dei circa 30 Patronati ancora attivi. La parte del leone la fanno, com’è ovvio, quelli collegati alla Cisl e alla Cgil. Di che cifre parliamo? Circa 400 milioni di euro all’anno. Si potrebbe obiettare: i Patronati aiutano i lavoratori e le persone povere. È vero. Ma solo in parte. Pensate che una tale montagna di soldi venga spesa tutta in servizi e opere di bene? Non siate così ingenui.

Se qualcuno pensa che il sindacato oggi sia lo stesso dei tempi di Giuseppe Di Vittorio e delle lotte dei suoi braccianti, deve essere matto. Allora perché meravigliarsi se qualche genio si è concesso un peccato di gola? È della torta che siamo curiosi, signora Annamaria Furlan.