Una Terra Promessa a troppi

Nablus, una folla inferocita, ma ben organizzata, di palestinesi ha dato fuoco alla tomba di Giuseppe, uno dei luoghi più sacri all’ebraismo. L’immagine dell’incendio dell’antica tomba spiega, più di mille discorsi, la natura della nuova Intifada palestinese. Non si tratta di scacciare un esercito o di colpire uno Stato e i suoi simboli, ma di colpire gli ebrei e la loro religione. Si colpiscono i civili per strada, come quelli che per caso si trovano per strada a Gerusalemme ad attendere un bus e vengono travolti da un’auto in corsa, per poi essere finiti a colpi d’accetta dal terrorista che la guida.

E’ successo veramente, quattro giorni fa. Il fatto è stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza e diffuso sul Web dall’Idf, giusto per far vedere al mondo che cosa gli ebrei debbano affrontare ogni giorno. Si colpisce la religione: per i palestinesi, secondo la storia che imparano sin da bambini, a Gerusalemme gli ebrei non sono mai esistiti. Il Tempio non è mai esistito sulla Spianata. Gesù non è mai stato ebreo. Qualunque ricerca archeologica che dimostri il contrario viene interpretata come una cospirazione ebraica per falsificare la storia. L’incendio della tomba di Giuseppe è solo l’ultimo dei tentativi di cancellare la storia ebraica dai luoghi della Terra Promessa.

Ed è questo l’aspetto che troppo spesso viene confuso o ignorato (spesso e volentieri: deliberatamente ignorato) del conflitto mediorientale. Quando ci si accosta alla storia dell’ormai secolare guerra fra arabi ed ebrei in Medio Oriente, la si legge, su quasi tutti i libri di storia e gli articoli di approfondimento, come una delle tante lotte per l’indipendenza di un popolo (quello palestinese) da un occupante (Israele). Si applica al Medio Oriente lo stesso modello interpretativo usato per tutte le cause indipendentiste o irredentiste europee, come quella dei baschi, dei catalani, dei corsi, dei nord-irlandesi, ecc… La realtà mediorientale, però, è completamente differente. Non c’è un popolo che vuole l’indipendenza da uno Stato, ma ci sono due popoli che si contendono lo stesso identico territorio. La Palestina, così come viene raffigurata nelle mappe ufficiali dell’Autorità Palestinese, ha esattamente gli stessi confini che oggi appartengono a Israele. Non è un pezzo di Stato che se ne vuole andare, dunque, ma uno Stato che vuole sostituirsi a un altro. La questione dei confini, su cui la diplomazia delle maggiori potenze mondiali ha sempre lavorato, nel caso del Medio Oriente è completamente superflua. L’Autorità Palestinese può anche accettare temporaneamente una sistemazione entro i confini (tuttora da definire nei dettagli) della Cisgiordania e di Gaza, può anche accettare la formula, tutta occidentale, dei “due popoli in due Stati”. Ma l’ammetterebbe solo come primo passo verso l’obiettivo finale. Che è la conquista di tutto il territorio israeliano. Non solo questo obiettivo è dichiarato e declamato da tutti i leader palestinesi, da Arafat in avanti, ma è reso esplicito dalle richieste della parte palestinese in ogni negoziato internazionale, prima fra tutte quella del “diritto al ritorno” di tutti i profughi palestinesi e di tutti i loro avi. Un atto che, da solo, sommergerebbe demograficamente Israele, trasformandolo di colpo in uno Stato a maggioranza araba e musulmana.

Si parla molto spesso di “guerra asimmetrica” quando si cerca di descrivere il lungo conflitto mediorientale. Asimmetrica perché combattuta da un esercito regolare moderno, quello israeliano, contro movimenti di guerriglia o gruppi terroristici, armati di sassi, armi improprie, armi di contrabbando, razzi e cinture esplosive. E’ però una guerra asimmetrica anche nei fini: Israele mira alla sua sopravvivenza, i palestinesi (e tutti i paesi arabi e islamici che li sostengono) mirano alla sua conquista e alla sua trasformazione in uno Stato a maggioranza araba e musulmana. In una guerra in cui questi sono i fini, ogni soluzione razionale è impossibile. Israele sarebbe anche disposta ad arretrare i suoi confini e a modificarli, ma non rinuncerebbe mai alla sua indipendenza, tantomeno al suo carattere di Stato ebraico, anche se laico, che lo rende unico al mondo. Dall’altra parte, la causa araba non sarà mai soddisfatta finché Israele non cesserà di esistere per come finora lo abbiamo conosciuto. E per la causa islamica, oggi prevalente nel mondo arabo, la guerra non finirà finché gli ebrei, con la loro religione, i loro monumenti e i loro luoghi sacri non saranno cancellati dal Medio Oriente, o ridotti a “dhimmi”, sottomessi, come avviene già con le minoranze cristiane nei territori controllati da regimi islamici. Per entrambe le parti, la terra che include Gerusalemme è la Terra Promessa. Oggi è il premio finale, la promessa definitiva di ogni gruppo jihadista, da Hamas all’Isis.

Questa è la posta in gioco. Dunque la guerra durerà ancora a lungo, rendendo illusorie le soluzioni all’occidentale, quelle che prevedono spartizioni di terre e accordi economici. La fine del conflitto non arriverà con niente di tutto questo. Ci sarà solo quando, come affermava a suo tempo Golda Meir (1898-1978): “Gli arabi ameranno più i loro bambini di quanto odino noi”. A giudicare dai bambini di dieci, undici, dodici anni che in questi giorni rischiano la vita pur di pugnalare un ebreo, un ebreo qualunque purché sia ebreo, il tempo della pace è ancora lontanissimo. In ogni caso la via è quella. Dovrebbe affermarsi, nella leadership e nella cultura araba, l’idea che Israele ha diritto di esistere quale Stato indipendente, sovrano ed ebraico. Solo quando si diffonderà quell’idea, solo quando la maggioranza degli Stati arabi e islamici riconoscerà anche formalmente lo Stato di Israele, allora potrà finire il conflitto.