L’avviso a Beppe Sala
e il giustizialismo

di Paolo Pillitteri

12 gennaio 2017EDITORIALI

 

Marco Pannella, quanto ci manchi! Vi dirò il perché.

Il caso Marino, vale a dire Roma; e il caso Sala, che significa Milano. Due esempi, seppur diversi, emblematici di una giustizia che non cambia mai. Col supporto mediatico, beninteso. Il caso di Ignazio Marino è oggi incasellato in una diversa collocazione, passando da quella, invero facile, della sostanziale carenza di capacità governativa a Roma, a quella, invero più complessa eppur sempre indicativamente onnipresente, di casus iuris. Ne ha parlato opportunamente il nostro direttore nel solco di quel garantismo che in un foglio come il nostro è la vera stella cometa ma che, in altri e nel Paese, diciamocelo con franchezza, è una sorta di pianeta della morte, buio come un pozzo senza fondo.

L’assoluzione di Ignazio Marino, dopo un passaggio nel consueto tritacarne - avvisi di garanzia, indagini, surplus mediatici, processi, indagini, dimissioni e carriera interrotta - non lo spoglia ovviamente delle insufficienze del suo periodo amministrativo, ma, per ripeterlo con Arturo Diaconale, tali limiti sono comunque oggetto del responso dei cittadini. Sono, cioè, il terreno di scontro o di incontro della democrazia, ovvero delle elezioni che hanno visto il trionfo della grillina Virginia Raggi, et pour cause, datane l’impostazione schiettamente giustizialista-populista, benché temperata dal sempiterno sorriso. Sorriso che, ad ogni buon conto, sembra ora quasi spegnersi in una smorfia dopo che, anche nei suoi riguardi, s’è scatenata una vera e propria corsa all’avviso di garanzia e seguenti. Et pour cause, staremmo per ripeterci, se non fosse che, per la legge del contrappasso ma non solo, l’antica massima del “chi la fa, l’aspetti” sta diventando il leitmotiv della miserevole politica di questi anni.

Tant’è vero che persino Beppe Grillo, artefice, con successo, di una non-politica fondata sul giustizialismo più becero, pare quasi retrocedere, onde rendersi più affidabile, verso sentieri meno selvaggi. Ma non bisogna farsi troppe illusioni ché la sua imbattibilità nella corsa al voltafaccia costringe l’Elefantino (su “il Foglio” dell’altro ieri) ad inanellare una succulenta corona di improperi: “Grillo è subcultura, subpolitica, subspettacolo... un cretino politico, un despota senza fantasia. Casaleggio un avido”, ecc.. Secondo il rito di Santa inquisizione e come è risaputo, l’avviso di garanzia è una specie di targa viaria con una freccia a senso unico: verso il patibolo, per di più con l’accompagnamento di un coro funebre mediatico che, così, tanto per fare cassa, fa del malcapitato avvisato un criminale della peggiore specie. Se poi verrà prosciolto - come è accaduto in questi giorni all’ex ministro Federica Guidi - beh, pazienza, sono cose che capitano, e chi s’è visto s’è visto. Da Roma a Milano, è la stessa solfa, se non peggio, a parte il fatto che la città ambrosiana è stata la culla del sistema orrendo della giustizia ad uso politico e del suo insostituibile alleato mediatico onde eliminare un’intera classe politica. A parte, soprattutto, che sono passati oltre vent’anni e siamo sempre lì.

Il caso di Beppe Sala, che è un bravo sindaco ed è stato un ottimo conduttore in porto e con successo internazionale dell’Expo, è preso di mira dalla compagnia di giro dei giustizialisti, ovviamente collocati negli opposti schieramenti. Ha fatto benissimo Mariastella Gelmini a starsene alla larga, a parlare di fatti e proposte, altro che inviti alla forca. Ma il caso Sala è ben diverso da quello di Marino, non fosse altro perché dalla stessa accusa di cui oggi è avvisato, era stato archiviato lo scorso anno dalla medesima procura milanese dove, a sentire i boatos mediatici, sarebbe in corso una sotterranea guerra interprocuratizia che, come negli antichissimi riti voodoo, ha bisogno assoluto; ha, per dir così, fame di una vittima sacrificale, di un sacrificio umano: il sindaco Beppe Sala. Alla faccia non dico del garantismo, parola ignota ai sempre numerosi seguaci di questi riti di cui Grillo è l’imbattibile sacerdote (quando il sacrificio umano non riguarda la sua tribù), ma almeno del rispetto della dignità umana. E, soprattutto, della verità.

Giustizialismo continuo, sempreverde, sempre alla ricerca di sacrifici: umani. Pannella, ci manchi!