Il Governo e il ricatto (costante) della fiducia

Ancora una volta il Governo è ricorso in maniera astuta alla fiducia. Stavolta sul cosiddetto “decreto milleproroghe”. E continua a farlo con una frequenza tale che l’impiego di questo strumento viene ormai percepito dall’opinione pubblica come una costante della procedura legislativa nazionale. Si tratta, invece, di un costume non solo persistente, ma anche assolutamente inappropriato. Ciò che sembra essere totalmente ignorato è che il valore politico della fiducia parlamentare cessa di possedere quel carattere, positivo e nobile, di garanzia dell’azione governativa, per diventare semplicemente un metodo – negativo e sprezzante – per sostituire il potere esecutivo a quello legislativo.

Vincolare così frequentemente i provvedimenti del Governo alla questione di fiducia, porta sulla scena un imbarazzante ricatto politico nei confronti dell’Aula parlamentare. In un certo senso, infatti, le Camere di rappresentanza si sentono obbligate a esprimere un giudizio di approvazione. Invece di esprimere il proprio parere sull’eventuale bontà del decreto e della norma in sé, la maggioranza si limita a confermare (a prescindere dal contenuto) il sostegno compatto al Governo in carica, per evitare spiacevoli ripercussioni di sistema e di equilibrio politico.

Si tratta di un atteggiamento che contrasta fortemente con la logica e il principio della Repubblica parlamentare. La centralità del corpo rappresentativo per eccellenza si trova, infatti, minacciata da un prevalere di sollecitazioni e imposizioni che suonano come degli ultimatum da parte dell’organo esecutivo, il quale finisce per sostituirsi al legittimo destinatario del potere legislativo, che è appunto il Parlamento.

Le conseguenze di questo insistente ricorso allo strumento della fiducia sono decisamente gravi. Soprattutto per il valore e il significato politico che in sé racchiudono. Un simile istituto dovrebbe in realtà avere un carattere del tutto eccezionale, speciale e straordinario. E questo ne sottintende un uso modesto, se non addirittura raro. Non è una banale questione di forma o di prassi procedurale. Nei lavori interni ai due rami del Parlamento; piuttosto, c’è la consapevolezza di un attacco ai principi base della rappresentanza e della sovranità politica che varrebbe la pena interrompere, ripristinando completamente una saggia separazione dei poteri fra Governo e Parlamento o, più semplicemente, recuperando un nobile e solido rispetto delle singole prerogative.

Queste valutazioni fanno il paio con l’abuso del ricorso alla decretazione di urgenza incarnata nei decreti legge, alla cui base dovremmo in teoria sempre individuare le caratteristiche della necessità e dell’urgenza. Infatti – al netto delle proroghe che riguardano il pubblico impiego con il differimento dei termini a favore dei 40mila precari della Pubblica amministrazione, la sospensione del pagamento delle rate dei mutui nelle zone del Centro Italia colpite dal sisma, i duemila contratti a tempo determinato che vengono allungati di un anno ancora – ci troviamo di fronte a delle proroghe che potremmo definire “seriali”. Anno dopo anno ce le ritroviamo sul tavolo, senza che si possa ricondurre a normalità una disposizione di legge nata per governare invece la temporaneità di una situazione.

Si pensi, solo per fare un esempio, all’ennesima proroga (la quarta) dell’operatività del Sistri, ovvero del Sistema integrato di tracciabilità dei rifiuti, senza la quale verrebbe meno il doppio sistema di registrazione (cartaceo e informatizzato) per i rifiuti speciali e, soprattutto, troverebbe immediata applicazione il regime sanzionatorio per chi non si adegua. Come pure è curioso che sotto la voce “emergenza” si vada a prorogare ancora una volta l’unità tecnica amministrativa per la gestione dei rifiuti in Campania, che resterà operativa fino al 31 dicembre. Per non parlare della dodicesima proroga che viene prevista per i poteri ai prefetti chiamati a sollecitare i Comuni nell’approvazione dei bilanci di previsione. Siamo poi arrivati all’undicesima proroga per il contrasto alle pratiche abusive dei servizi di taxi e noleggio con conducente.

La cosa sconcertante, in casi come questo, è che tale previsione viene giustificata con il completamento di opere infrastrutturali rimaste abbandonate per anni, di schemi viari funzionali, di chiusure amministrative, tecniche, contabili ed espropriative. Si fa riferimento, con disinvoltura, alla complessa opera relativa alla costruzione di nuove infrastrutture e allo sviluppo industriale delle aree terremotate in Campania, Basilicata, Puglia e Calabria, avviata dalla legge n. 219 del 1981.

Ebbene, sono passati trentacinque anni da quella legge e oggi che siamo entrati in un nuovo secolo dobbiamo sentirci ancora dire che il mancato completamento delle attività, nei termini previsti dalla legge, non è stato causato da inerzia o ritardi del commissario e della relativa struttura di supporto, bensì dalla difficoltà - si dice - di gestire opere, vertenze e procedure complicate, a cui si aggiunge la necessità di interventi su opere rimaste per anni in stato di abbandono.

È questo il fatto più preoccupante. Ancora oggi parliamo di terremoti che hanno devastato le nostre terre in decenni passati: come possiamo non essere pessimisti rispetto agli eventi tragici di quest’anno, drammaticamente freschi nella nostra memoria?