Giustizia, Senato e cattivi esempi

In Senato. E la giustizia, tanto per cambiare. Ci sia consentita una premessa, non certo di poco conto trattandosi, ancora una volta, del circuito mediatico-giudiziario e del criminale mafioso Totò Riina, dapprima in carcere ma ora all’ospedale di Parma. Perché il circuito e il mafioso? Perché il dibattito sullo stare sì o no di Riina in carcere è stato attizzato da una lettura dei giudici, diciamo di comodo per non dire peggio, che rimettevano alla suprema corte questa decisione. Perché lettura di comodo? Perché un certo coro mediatico dava per formalizzato il ricovero ospedaliero dell’ergastolano, con i soliti ghirigori giustizialisti e, da qualche parte, con un memento sussurrato sulla leggendaria trattativa Stato-mafia. Per tagliare la testa al toro, Rosy Bindi e altri autorevoli dell’antimafia hanno affermato che il posto che merita il mostro non è l’ospedale ma il carcere, dove “sarà curato meglio”. Ma non è un’invasione di campo, un’inframmettenza con la magistratura che deve ancora giudicare? Non riusciamo a immaginare le urla strazianti del coro nel caso di una situazione rovesciata. E vabbè. La giustizia in Senato. Risse, feriti, ricoveri, urla, espulsioni, insulti. La violenza, chiamiamola col suo nome.

La violenza di nuovo in Parlamento. C’era stato il cappio, ricordate? La Lega al massimo della sua demagogia populista invocava l’impiccagione dei corrotti e l’instaurazione del regime della gogna. Poi si è calmata per via dell’andata al governo grazie al Cavaliere e non ha voluto più cappi al vento, ma neppure leggi sulla giustizia particolarmente riformatrici. Neppure gli altri, si capisce. E siamo ancora lì con questa legge del governo sul processo penale che definire inadeguata sarebbe un complimento. Scarsa e inadeguata, con in più e in peggio la vernice dei buoni propositi in una direzione che si vorrebbe riformatrice ma con un sottostante contenuto normativo, come per le spaventose lungaggini delle indagini preliminari, che vorrebbe limitarle ma peggiorando la situazione perché aggrava la Procura generale di un ulteriore fardello, senza peraltro offrire i mezzi indispensabili. Per non parlare dei termini di prescrizione che lasciano al malcapitato la porta spalancata della gogna mediatica per un ventennio o giù di lì. Complimenti!

E vedremo come finirà con il rinvio della delega al Governo in tema di intercettazioni e della loro pubblicazione, autentica istigazione alla colonna infame. Speriamo che, a proposito di intercettazioni, il ministro faccia tesoro delle parole, raccolte da “Il Foglio”, di un saggio e lucido Carlo Nordio: “La soluzione sarebbe ricondurre le intercettazioni nel loro vero ambito, cioè quello non di prova ma di mezzo di ricerca della prova, e disciplinarle come sono attualmente le intercettazioni preventive usate per terrorismo, mafia e altri reati gravi: non hanno valore processuale ma sono solo input per capire dove proseguire le indagini e rimangono chiuse nella cassaforte del Pm, senza che nessuno possa vederle. Le intercettazioni da sole non servono a nulla, infatti io in quarant’anni di carriera non ho mai visto un processo basato solo sulle intercettazioni”.

Dubitiamo che governo e parlamento vi porgano l’orecchio. Figuriamoci questo Senato che ha dato un esempio doppiamente devastante per l’esterno e per se stesso. E poi per tutti noi. Senza rendersi conto che il pessimo esempio istituzionale offerto l’altro giorno finisce col diventare un indiretto incitamento alla violenza. Non solo, ma ha in un certo senso legittimato le irresponsabili affermazioni di quei due tipacci, Beppe Grillo e Luigi Di Maio. Il primo con “la gente ha tutto il diritto di essere violenta quando gli porti via i diritti alla salute” e il secondo, in occasione del parere negativo del Senato sul caso di Augusto Minzolini: “E voi, non lamentatevi poi se i cittadini ricorrono alla violenza”.

Complimenti!