I falsi sorrisi tra Gentiloni e Renzi

Gli abbracci, i sorrisi, le reciproche attestazioni di stima, di amicizia e di intesa tra Paolo Gentiloni e Matteo Renzi non debbono trarre in errore. Tra i due si è aperta ufficialmente la competizione per chi dovrebbe andare a Palazzo Chigi nel caso di una vittoria elettorale del Partito Democratico. E questa competizione non consente una conclusione di compromesso. O la spunta Gentiloni, come punto di equilibrio di uno schieramento di sinistra aperto alla destra di Angelino Alfano e alla sinistra di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Roberto Speranza e ora anche Pietro Grasso, in cui il Partito Democratico non sia l’asso pigliatutto della coalizione ma una componente, sia pure maggioritaria, di un’area in cui figurano soggetti provvisti di pari dignità. O vince Matteo Renzi, come leader incontrastato di un Partito Democratico talmente forte ed egemone da considerare aggiuntivi ma non indispensabili gli eventuali alleati.

Le ambizioni personali sono coperte da precise formule politiche. Con la sua proposta Gentiloni si è posto come l’unico fattore di compromesso possibile per il Pd e tutte le forze della cosiddetta “area larga”. A sua volta Renzi, pur non ponendo veti formali all’alleanza con centro e sinistra, ha di fatto escluso l’eventualità di un suo passo indietro rispetto alla rivendicazione della guida del Governo e ha ribadito la vocazione maggioritaria del suo Partito Democratico.

Paradossalmente, quindi, se il Pd dovesse perdere voti a vantaggio delle altre forze di una sinistra comunque maggioritaria, l’attuale Presidente del Consiglio sarebbe il candidato naturale per Palazzo Chigi. Al contrario, se il Partito Democratico ottenesse una gran messe di suffragi a scapito delle altre componenti di una sinistra sempre maggioritaria, il Premier scontato sarebbe Renzi a cui non sarebbe affatto difficile imporre accordi di governo ai suoi avversari interni.

Gentiloni, ovviamente, non potrà riconoscere mai che se vuole sperare nella riconferma al vertice dell’Esecutivo deve augurarsi una sconfitta del suo partito. E questo non può non avvantaggiare il suo competitore Renzi, che ha la possibilità di porsi di fronte agli elettori del Pd come l’unico in grado di identificarsi con le fortune dei democrats. È impossibile prevedere l’esito di questa partita politica e personale. Ma forse non si sbaglia se si rileva che tanta competizione tra i due non porta voti alla sinistra ma rischia di ridurli pesantemente.