Matteo Renzi, il Pd e il museo ferroviario

La politica dei giorni nostri è fatta di simboli e di luoghi. Perciò, collocare un evento partitico di portata nazionale in una località piuttosto che in un’altra sostanzia il messaggio che i capi desiderano inviare al proprio elettorato.

Messa così, la conferenza programmatica del Partito Democratico, svolta nel Museo ferroviario di Pietrarsa sul confine orientale di Napoli nel punto che separa amministrativamente la città-capoluogo dal comune di Portici, non si può definire un colpo di genio. Si vede che un frastornato Matteo Renzi comincia a perdere colpi anche sul quel fronte, la comunicazione, dove in passato ha maggiormente brillato. Ma come? Sei in campagna elettorale e stai percorrendo l’Italia in lungo e in largo su un treno preso a nolo e dove decidi di tenere la convention che dovrebbe rilanciare il ruolo guida del Pd per il governo del Paese? In un museo pieno di locomotive a vapore e carrozze dei tempi della Belle Époque. Ma sono matti? Sarebbe come programmare un convegno sulla natalità in un cimitero. Nei musei, come nei cimiteri, “vive” il passato che può essere stato bellissimo, istruttivo, ricco di testimonianza ma resta pur sempre passato. Associare, nell’immaginario collettivo, la conferenza nazionale del Pd a quel luogo ha perfettamente reso l’idea di una stagione politica, quella del “rottamatore” e del suo “Giglio magico”, irrimediabilmente tramontata. E poi si guardi la topografia. Pietrarsa è sì nel comune di Portici ma è “napoletana” nel senso che è la propaggine orientale del quartiere di San Giovanni a Teduccio il quale storicamente è stato la punta di lancia del triangolo industriale di Napoli. Ed è stato quartiere operaio dove fortissima era la presenza del Partito Comunista Italiano.

Oggi, le industrie non ci sono più e non c’è più quel proletariato che è stato parte della storia del socialismo partenopeo. È invece rimasta radicata una componente della malavita organizzata che condiziona le dinamiche di un aggregato urbano nel quale le ragioni delle persone perbene fanno fatica ad avere la meglio. San Giovanni a Teduccio è stato per molti aspetti la “Caporetto” della sinistra nel Mezzogiorno d’Italia. Perciò lo staff di comunicazione del Pd ha tenuto a insistere sulla giurisdizione porticense di Pietrarsa. Forse che la parola “Napoli” generi qualche sussulto d’iperacidità nell’apparato metabolico del Pd? Il Comune da cui origina “Il miglio d’oro” si distende tra il Vesuvio e il Golfo, segnato da uno skyline che rimbalza da lunghe teorie di moderni edifici-alveare ad austere residenze un tempo luoghi d’elezione dell’alta borghesia napoletana pre e post borbonica.

A Portici, capitale ideale del mondo magico delle ville vesuviane, vive quella media borghesia oggi bacino di consenso della sinistra. Per associazione d’immagini i contenuti della conferenza si sono fusi con l’atmosfera retrò dei luoghi. Anche il discorso finale del segretario è stato in tinta su tinta. Retorico, autocelebrativo, vagamente didascalico, a tratti livoroso. Neanche lo si potrebbe definire uno scatto d’orgoglio. Piuttosto, roba da canto del cigno. La sensazione rilasciata dalle parole di un Renzi tristemente imbolsito è stata di una difesa d’ufficio per un’esperienza di governo della quale c’è più da far dimenticare di ciò che valga ricordare. Certamente l’eloquio ha scontato il limite di non dover porre troppa enfasi sul ruolo, solo in parte salvifico delle speranze renziane di riconquista della leadership, di Paolo Gentiloni. D’altro canto, ogni concessione oltre il necessario all’alter ego sarebbe stato un autogoal per l’indomito protagonismo del giovanotto di Rignano sull’Arno. Qual è il rischio colo quale fare i conti? Di dire addio per sempre a Palazzo Chigi. Vi era poi da tenere in piedi l’ultimo ritrovato in fatto di retorica propagandistica: la pantomima, messa su di fresco da Matteo Renzi, del partito di lotta e di governo che la mattina dai banchi parlamentari si scaglia inferocito contro i vertici di Bankitalia e la sera, nelle stanze ovattate di Palazzo Chigi, rattoppa al governatore uscente Ignazio Visco l’uniforme strappata perché possa restare assiso altri sei anni sulla poltrona di Palazzo Koch.

Renzi parla per immagini, flash su una realtà che appare lontana anni luce da quella che va in scena sotto le capriate metalliche del Museo di Pietrarsa. “Carmelo, che a Rosarno ha creato un’azienda resistendo alle bombe della ‘ndrangheta e adesso fornisce il pecorino alla Delta”; la “volontaria che fa i tortellini alla Festa de ‘L’Unità’ di Bologna” si trasformano in puntelli di una narrazione che prova a tenere insieme la mistica del viaggio con la prosaica misurazione di uno share che precipita vertiginosamente. Ma Renzi, per quanti trucchi da illusionista faccia, non è Jack Kerouac. E quella che prende posto sul suo treno per far ritorno a Roma, a sipario calato, non è la beat generation ma una combriccola di ministri che allegri e scanzonati come a una gita scolastica non trovano di meglio che farsi un selfie per fissare un’immagine già ingiallita al momento dello scatto. Non si riscontra traccia di verace tensione ideale in questa classe dirigente piddina ma soltanto un urticante senso di compiacimento autoreferenziale per il potere strappato di mano agli italiani nel 2013, e tenuto “manu militari” per l’intera durata di una legislatura bugiarda. E neanche tanto lealmente. Compagni! Che dire. Godetevela finché dura.