Ai figli dei mafiosi ci deve pensare il Csm?

Sicuramente i consiglieri Ercole Aprile e Antonello Ardituro sono animati dalle migliori intenzioni e non ci si vuole gingillare più di tanto con l’aforisma una volta attribuito a Carlo Marx, un’altra a Max Stirner (per non dire di Ovidio e Dante) e cioè che le strade infernali sono, appunto, lastricate da buoni propositi. È però buona regola innanzitutto osservarle, le regole. Il Csm, di cui certamente con merito fanno parte Aprile e Ardituro, ha dei compiti fissati dall’articolo 105 della Costituzione: “Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”.

Ce n’è quanto basta, e infatti si ha ragione di ritenere che i componenti del Csm abbiano un’agenda fitta di impegni e lavoro. Tra questi impegni rientra anche “la tutela dei minori nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata”? Chissà. Ci può anche stare, alla fine, se raccomandano, come riassume “Il Dubbio”, di potenziare “gli strumenti a disposizione dei giudici minorili, con una azione sinergica da parte dei servizi minorili dei servizi sociali e una collaborazione, quando necessario, con gli uffici giudiziari ordinari”.

Più prosaicamente, da profani, e senza fare ricorso a linguaggi tecnici da “sacerdoti”, si vorrebbe suggerire al ministro dell’Interno una più fattiva collaborazione con quello dell’Istruzione; e nel senso che se ne ricava da attenta lettura di uno dei più famosi racconti di Leonardo Sciascia, “Il giorno della civetta”. Merita particolare attenzione una riflessione la pagina dove si descrive il duello verbale tra il capitano Bellodi e il capo-mafia don Mariano Arena. Divagano sul genere umano, il presente e il futuro, la chiesa cattolica, il potere e, prima di arrivare alla famosa e suggestiva elencazione dei generi dell’umanità, si ragiona sulle ingenti somme di denaro, depositate in tre diverse banche, che sono nella disponibilità del mafioso: e il suo non far nulla, in apparenza; la denuncia dei redditi ridicola; il reale reddito, elevato: al punto che la figlia studia e vive in un costoso collegio svizzero; e a suo nome risultano cospicui versamenti in denaro. “Lasci stare mia figlia”, ruggisce Arena, e in un sussulto di difesa e auto-conservazione dice: “Mia figlia è come me”.

Non è dato sapere come sia la figlia di Arena nel racconto, ma nel concreto sì; molte figlie e figli di mafiosi sono come i loro padri e le loro “famiglie”, ma per fortuna molti altri no. Come dice Bellodi ci sono spiragli che autorizzano cauto ottimismo, che vale la pena di allargare: “Immagino lei se la ritroverà davanti molto cambiata: ingentilita, pietosa verso tutto ciò che lei disprezza, rispettosa verso tutto ciò che lei non rispetta...”.

La cultura, insomma, come autentica arma di riscatto; il “sapere”, il diritto a conoscere. In fondo tutti i totalitarismi, di tutte le epoche, hanno sempre avuto in sospetto – fondato sospetto – tutti coloro che sanno, conoscono. E per tornare alla mafia, al crimine organizzato: “Un corteo di meno, la lettura in più di un libro”, consigliava Leonardo Sciascia; affiancato da Gesualdo Bufalino: “Contro la mafia? Molti più maestri e scuole di quante ce ne siano”. Affermazioni recepite, nella passata legislatura, dai deputati del Partito Radicale sotto forma di iniziative parlamentari. Lasciate miseramente cadere.

Una finale annotazione, amarissima: che delitto, che scempio, apprendere che giorni fa, migliaia di libri dell’editore napoletano Tullio Pironti, per responsabilità dell’amministrazione comunale di Napoli, li si è lasciati marcire in un deposito e poi mandati al macero. Consenziente l’editore, potevano essere utilmente distribuiti nelle scuole, nelle carceri, per strada perfino. Invece no. Un patrimonio di cultura distrutto. E dire che il sindaco Luigi De Magistris è stato un magistrato: e avrebbe dovuto mostrare una sensibilità che a quanto pare non ha avuto. E qui viene in mente il dialogo tra il vecchio professore e un suo vecchio alunno diventato magistrato, in una magistrale pagina, sempre di Sciascia, di “Una storia semplice”. Dialogo sull’italiano, il ragionare, la carriera, la giustizia: radicale e implacabilmente beffarda. Ma a questo punto conviene fermarsi. Il lettore faccia da sé, e da sé ne sprema il giusto succo.