Sicilia fallita, parola di Minoli

Intendiamoci, i talk-show - tutti o quasi - sono in crisi. C’è, sia l’impossibilità (incapacità?) di approfondire situazioni e concetti, sia la tendenza alla lite per conquistare il moloch che ha inquinato e infine sussunto la Polis, ovvero la visibilità. Sono molto pochi i talk che funzionano come discussione, dialettica, confronto, espressione di libertà e di democrazia. Finiti in una gara a chi più urla, e all’insulto più greve, il loro logoramento si è stabilizzato sull’uguaglianza reciproca, rendendoli inutili per lo scambio di idee fra gli ospiti. Servono, se servono, al mostrare se stessi da parte dei partecipanti e per farsi conoscere agli amici e conoscenti, ai compagni di partito, pardon, di qualcosa che ricorda i partiti d’antan in un quadro odierno la cui scomparsa è probabilmente causa ed effetto della sostanziale inutilità “politica” del talk-show.

Politica? Ma dove? Ma quando? Se è vero come è vero, cioè verificabile ogni giorno, che ogni talk-show - con le dovute eccezioni, si capisce - serve soprattutto a far risaltare il lato peggiore degli ospiti? E, a questo punto la domanda che più dovrebbe interessare: quale e quanta la responsabilità dei conduttori, per desiderio di audience accompagnato da una forte dose di antipolitica, magari per confermare la loro superiorità? Qui non ci interessano colpe e responsabilità, ascendenze e confronti e, parlando della Lilli Gruber col suo talk su “La7”, molte delle accuse di cui sopra sono abbastanza ingiuste, sia per il “mestiere” “comme il faut” della conduttrice, sia per l’avere ella stessa coperto ruoli squisitamente politici di parte o di partito (a sinistra, of course) il che può a volte attenuare il suo non del tutto celato schieramento o, per lo meno, serve come avvertenza ai naviganti-spettatori.

Stiamo dunque narrando di una serata del talk gruberiano dedicato essenzialmente alla Sicilia con un ospite, tale Alfonso Bonafede parlamentare del Movimento 5 Stelle, movimento al quale la Gruber non ha mai guardato col rigore, e tanto meno con le aspre critiche che meriterebbe, ma va bene così; tanto più che, proprio con Bonafede, la Lilli non è riuscita a celare col sorriso di prammatica una certa insoddisfazione. E meno male che c’era Giovanni Minoli a mettere - come si dice - le cose in chiaro rispetto alle tiritere improntate a un moralismo d’accatto e a un giustizialismo un tanto al chilo condito di mafiosità, erga omnes naturalmente e con l’ispirazione grillina volta all’imminente catastrofe del Paese, al suo declino inarrestabile, alla sua caduta negli inferi mafiosi nei quali spicca il diavolo infaticabile di Arcore, nel mirino pure dei giudici forse perché è in netto recupero elettorale. Chi vivrà vedrà, come si dice.

Perché parliamo (bene) di Minoli l’altra sera dalla Gruber (e parliamo di uno che ha creato e gestito ben di più di un talk-show, anche se questo settore appare come la sua specialità storica)? Perché, quasi di colpo e dopo una pausa ben studiata, ha in un certo senso interrotto le parole in libertà “bonafediane” portando sulla scena un oggetto sconosciuto: la realtà, e sullo schermo la verità, mettendoci dunque di fronte a quello che i latini definivano il verum ipsum factum. Ha semplicemente ricordato all’ospite pentastellato, che faceva le mostre del saputello sulla Sicilia senza peraltro dire niente di concreto né di proposte né di programmi e nemmeno di progetti grillini, che chiunque vinca le elezioni siciliane, a cominciare dal M5S, non avrà niente altro da gestire che il fallimento della regione, forse, anzi senza forse, la peggio amministrata da anni ed anni. Non un fallimento qualsiasi, non quello più utilizzato sui media e nei talk-show definito fallimento politico. Minoli, dando una lezione di politica, ha con lucido incalzare scandito che si tratta di un fallimento vero e proprio il cui unico rimedio, per chiunque vinca domenica prossima, starà nel portare i libri in tribunale. Mica male come prospettiva.