Le tre indicazioni del voto siciliano

La vittoria siciliana obbliga il centrodestra a presentarsi unito alle prossime elezioni politiche nazionali per tentare di conquistare la maggioranza e scongiurare l’ipotesi di un Governo di larghe intese nella prossima legislatura. A sua volta la sconfitta siciliana, sia pure segnata da una larga messe di consensi, segna l’avvio di una fase di declino per il Movimento Cinque Stelle che, nella sua indisponibilità a realizzare alleanze, sembra indirizzato a un’autoghettizzazione in un ruolo d’opposizione permanente sia a livello locale che a livello nazionale.

E la sconfitta del Partito Democratico che in Sicilia diventa la terza forza politica largamente distanziata rispetto al centrodestra e ai grillini? Di fronte all’evidente smacco che il Pd ha subito nell’Isola sembrerebbe assolutamente naturale attribuire la batosta a Matteo Renzi e concludere che se la sinistra dovesse rimanere divisa e conflittuale la prossima legislatura sarebbe segnata dalla marginalizzazione della sinistra stessa.

A ben guardare, però, l’indicazione più realistica che viene dal voto siciliano e riguarda la sinistra non è solo quella della sconfitta di Renzi a causa delle lacerazioni provocate dai nemici della sua stessa area. L’ex Premier può permettersi di incassare il voto negativo regionale senza essere costretto a dover cambiare la propria linea e a cercare una riconciliazione a ogni costo con gli antirenziani. Perché il risultato indica senza possibilità di equivoco che a uscire sconfitto dalle elezioni siciliane non è solo la formula del partito a vocazione maggioritaria di Renzi ma anche quella di segno ulivista dell’alleanza larga del centrosinistra. Neppure con i voti di Claudio Fava, in sostanza, il Pd avrebbe potuto raggiungere il Movimento Cinque Stelle e il centrodestra. Avrebbe comunque rappresentato la terza forza politica nazionale ben distante da quelle precedenti.

Renzi, dunque, difficilmente si piegherà alle pressioni dei suoi oppositori interni che lo vorrebbero disposto a lasciare la leadership dello schieramento in cambio di una alleanza larga con Pier Luigi Bersani e soci. Insisterà, semmai, nella propria cavalcata solitaria in compagnia del solo Angelino Alfano. Nella convinzione che questa sia la sola strada per liquidare una volta per tutte i suoi “nemici a sinistra” e rimanere comunque il leader incontrastato di un partito (anche se perdente).