Pronostico rispettato: Nello Musumeci del centrodestra è il nuovo presidente della Regione Sicilia. La sua vittoria era nell’aria già prima della domenica elettorale. Non altrettanto prevedibile era un’affluenza ai seggi tanto bassa da consacrare quello dell’astensione il primo partito siciliano. Ha votato il 46,76 per cento degli aventi diritto, in calo rispetto alle scorse regionali del 2012 dove si erano recati alle urne il 47,41 per cento degli elettori. Pessimo segnale che non va sottovalutato. Resta tuttavia il risultato rotondo del centrodestra che orbita intorno al 39,5 per cento. L’esperienza siciliana deve far riflettere. Il centrodestra unito vince perché riesce a realizzare l’unico modello possibile, non solo in Italia ma in gran parte d’Europa, grazie al quale un partito tradizionale di area moderata possa sostenere l’impatto delle forze cosiddette antisistema senza soccombere.

Ancora una volta ha fatto aggio quel “miracolo berlusconiano” che funziona, seppur con alterne fortune, da quasi un quarto di secolo. Le urne siciliane hanno certificato l’impraticabilità di scenari nei quali Forza Italia viri al centro distaccandosi dall’ala oltranzista. L’elettorato forzista, anche se con diverse sfumature, resta saldamente ancorato alla sua natura liberale, popolare, riformista radicata a destra. Non al centro o a sinistra. Questo fattore del suo genoma dovrà costituire la stella polare per la costruzione dell’offerta politica da presentare agli elettori in vista delle prossime scadenze elettorali. Berlusconi, Salvini e Meloni non possono permettersi il lusso di continuare a duellare tra loro. Ora è il momento di trovare la sintesi sui programmi e far sì che la coalizione sia realmente una seria alternativa di governo e non un caravanserraglio pronto a sfasciarsi al primo maltempo. Un comportamento diverso l’elettorato non lo capirebbe. Trovarsi in vantaggio nei sondaggi, o nelle urne locali, non vuol dire aver matematicamente vinto la sfida decisiva.

Ci sono i Cinque Stelle che restano un avversario pericoloso anche se, dopo il voto siciliano di domenica, lo sono un po’ meno. A dispetto dei commenti trionfalistici sul risultato del candidato in Sicilia, Giancarlo Cancelleri, che sfiora il 35 per cento, le cose non sono andate così bene come vorrebbero far credere. I grillini hanno toccato alle amministrative del 2016 la punta massima di consenso disponibile. Da allora sono nella fase discendente della parabola. Lo dicono i numeri. A fronte dell’exploit del candidato presidente, che ha beneficiato del voto disgiunto proveniente dagli elettori del centrosinistra che temevano l’affermazione di Musumeci più di quanto temessero quella di Cancelleri, le preferenze alla lista si fermano sotto il 30 per cento, ampiamente inferiore al volume di consensi ottenuti alle politiche del 2013, quando ottennero una percentuale media per la Camera dei deputati del 33,6 per cento, pari a 842.617 voti. La “mission” di scongelare i voti bloccati nel serbatoio dell’astensionismo, quindi, può considerarsi fallita. Segno che gli elettori delusi non riconoscono ai grillini alcun elemento di novità positiva nel mercato dell’offerta politica. Le cattive prove nell’amministrazione di città rilevanti come Roma, Torino e Livorno hanno fatto il resto. Come dimostra un altro indicatore di questa tornata elettorale.

Oltre che in Sicilia si è votato per il Municipio di Ostia, appartenente alla giurisdizione capitolina. Sebbene la candidata Cinque Stelle Giuliana Di Pillo acceda al ballottaggio contro la rappresentante del centrodestra Monica Picca, il 30,21 per cento ottenuto al primo turno rappresenta una regressione rispetto al risultato raggiunto nel 2016 alle elezioni comunali quando l’allora candidata sindaco Virginia Raggi raggiunse in quella municipalità il 43,62 per cento con 42.538 voti assoluti. Il calo viene reso ancora più consistente dal dato dell’affluenza che, ferma al 36,1 per cento, è stata tra le più basse mai registrate.

C’è poi da valutare il “disastro Micari” che sarebbe giusto chiamare la “Caporetto renziana”. In Sicilia l’alleanza che oggi governa l’Italia non supera la soglia psicologica del 20 per cento dei consensi. Una bocciatura senz’appello per il Partito Democratico e per il suo alleato Angelino Alfano. In un Paese normale il capo del partito di maggioranza che porta a casa un risultato tanto negativo dovrebbe seguire l’esempio di altri suoi predecessori. Massimo D’Alema, preso atto della sconfitta alle regionali del 2000, rassegnò le dimissioni da capo del Governo. Ugualmente Walter Veltroni che il 17 febbraio del 2009 si dimise dalla guida del partito a seguito della sconfitta subita dal candidato piddino Renato Soru alle regionali sarde. Matteo Renzi invece è di un’altra pasta. Preferisce minimizzare la sconfitta negandone la portata nazionale e buttare la croce sulle spalle di qualcun altro. Ma gli escamotage non servono, hanno il fiato corto. Il Partito Democratico perde peso quotidianamente. E se fino a qualche tempo fa si candidava a essere la colonna portante di una soluzione post-elettorale ispirata alle larghe intese con i moderati del centrodestra, oggi deve rivedere le sue priorità. Anche volendo gli mancherebbero i numeri.

Infine, i transfughi di Articolo 1-Mdp non hanno di che stare allegri. Se Claudio Fava si attesta intorno al 6 per cento, la lista di riferimento che tiene dentro la sinistra-sinistra fatica a superare la soglia di sbarramento del 5 per cento che le consentirebbe l’ingresso in Consiglio regionale. Possono però consolarsi con il pretesto della “prima volta da soli”. Ciò concederebbe loro qualche magra speranza per il futuro. Ma dovranno lavorare come matti per raggiungere le agognate due cifre di percentuale su scala nazionale che gli serviranno per esorcizzare lo spettro della sparizione definitiva dai radar della politica italiana.

Comunque, oggi si festeggia la vittoria di Nello Musumeci. Che poi è ciò che conta perché, come direbbe qualcuno, vincere è sempre meglio che essere perdenti di successo.