Berlusconi vivo e vegeto: e Grillo?

Sarà pur vero che Nello Musumeci era, è stato ed è il migliore candidato del centrodestra per vincere in Sicilia. E infatti ha vinto. Ma non era solo, nel senso che, proveniente dal partito di Giorgia Meloni, avrebbe fatto un’altra figura (cioè brutta) correndo da solo. Infatti aveva alleati. Ma anche Fabrizio Micari, l’uomo voluto da Andrea Orlando, aveva non pochi alleati. Ma ha perso. E vabbè che Giancarlo Cancelleri non è andato male, rifiutando qualsiasi alleanza. E infatti ha perso. Alla faccia (di bronzo!) di Grillo & Di Maio che fanno in fretta, loro, a proclamarsi vincitori morali quando, in realtà - e come vedremo poco sotto - sono peggiori e comunque più discutibili di altri - vedi il Cavaliere, anche lui fra poco - e che lasciassero stare il termine moralismo che è un derivato secondario in tutto e per tutto finalizzato a pura demagogia seguendo un filo (anzi, un filone, come si dice qui a Milano) peggiorativo in quanto strumento di un populismo da quattro soldi. Fra morale e moralismo c’è lo stesso rapporto, in peggio, appunto, fra giustizia e giustizialismo, come pure fra popolo e populismo.

I pentastellati erano sicuri di vincere a mani basse a Palermo come a Roma. Sfido io, dopo un Crocetta in Sicilia e un Marino a Roma le probabilità di vincere per una Raggi in solitudine pentastellata era pressoché scontata. Ma, diciamocelo fra di noi, cosa erano e cosa sono in realtà i grillini, con quel Di Maio che si autosparge come un neoleader un po’ dappertutto, salvo rifiutare il dibattito con Renzi accusandolo di non essere più un leader. Ma lui chi è, in fin de la fera, come si dice sempre qui al Nord? E chi è questo Movimento 5 Stelle che governa nei comuni, beccandosi pure imputazioni e avvisi ritenuti, per gli altri, una vergogna da cancellare con dimissioni illico et immediate, ma per se stessi un banale incidente di percorso. E quale percorso? “Improvvisazione, contraddizioni, piroette, capriole sul garantismo, populismo contro il principio di realtà, complottismo, incomprensione, incapacità, lotte tra bande, ragione in sonno, città nel panico” (Il Foglio).

Certo, in Sicilia hanno raggiunto una buona percentuale, ma la loro battuta d’arresto è tanto più significativa quanto più si guardi a chi ha vinto, che non è soltanto il pur bravo Musumeci, ma quel Silvio Berlusconi oggetto di squallidi giudizi da parte di tanti grillini orientati a scorgere gli impresentabili solo fuori dal M5S, a cominciare dal Cavaliere, quando dovrebbero dare una guardata, a cominciare dal vertice, proprio dal loro boss responsabile (condannato), né più né meno, che di una strage familiare (altrui) sulla strada.

Berlusconi è tornato, e ha vinto, e questo è un fatto. Ed è tanto più significativo quanto più si ricordi lo stato di “salute politica” non tanto o non solo di un’alleanza, quanto, e in modo speciale, di un Cavaliere capo indiscusso di una Forza Italia, peraltro non splendente, ma reduce da un contesto giudiziario da un sapore molto spesso persecutorio e, in occasione di questo importante appuntamento politico siciliano, messo in discussione da un Matteo Salvini che si è autopromosso co-leader della presente campagna elettorale, ma anche e soprattutto di quella futura, ovverosia delle Politiche di primavera.

Il giovane capo leghista, pur sapendo che la Lega in Sicilia non attacca, contava sulla Meloni e, va da sé, sul “suo” Musumeci. Che infatti ha vinto. Ma è una vittoria a mezzadria, e anche di più, e che va al di là del duo Meloni-Salvini arrivando su su, a Berlusconi. È lui che ha rappresentato non soltanto una novità con questo rientro praticamente senza paracadute, ma ha di fatto ristabilito una logica politica in un centrodestra a rischio di sbandamenti ora salviniani sul piano chiamiamolo così europeistico, ora berlusconiani, sul piano chiamiamolo così di struttura e organizzazione per un partito (il suo) che ne è deficitario. Anche perché così vuole lui, dicono. Ma “things change”, le cose cambiano. Sono cambiate.