Musumeci, dalle parole ai fatti

Passato il momento di comprensibile euforia per la vittoria elettorale, Nello Musumeci deve fare i conti con la realtà. La Sicilia è una terra difficile da governare per l’abnorme articolazione d’interessi, non tutti legittimi, che innervano, anche in forme contraddittorie, il tessuto connettivo della società civile locale. C’è chi negli anni ha costruito robuste fortune professionali raccontando la Sicilia come terra di mafia. Ma la cosa è ben più complicata di uno slogan. Nondimeno, Musumeci dovrà approntare efficaci difese contro il groviglio di potere che tenterà d’irretirlo tessendogli intorno una sottile ma soffocante ragnatela di connivenze di confine.

D’altro canto, i suoi avversari non hanno perso tempo a dichiarare quale sarà il leitmotiv della loro opposizione. Scarsa sostanza, solo il consunto refrain che il “galantuomo” Musumeci sarà vittima del suo alleato più influente: quella Forza Italia, Tortuga e patria di tutti gli “impresentabili”. Un’infamia destituita di fondamento ma che come ritornello propagandistico suona molto orecchiabile. Se queste sono le premesse del confronto politico, il neo-governatore e la coalizione che lo sostiene hanno davanti una strada obbligata sulla quale muoversi. Si tratta di affrontare da subito, e radicalmente, i mali endemici che affliggono la Sicilia. Che in ordine di priorità sono il dramma del lavoro, l’efficientamento della spesa pubblica, il recupero del gap infrastrutturale. Dalla loro soluzione deriva tutto il resto: la ripresa degli investimenti privati, il miglioramento della macchina della Pubblica Amministrazione locale, il ripristino di una qualità della vita comunitaria, il ritorno alla piena legalità nelle dinamiche dei rapporti tra cittadini e istituzioni pubbliche.

Il dato economico di partenza è drammatico. Se la Sicilia fosse un’impresa privata sarebbe un’azienda in decozione. Tuttavia, è impensabile che un governatore appena eletto nel segno di una speranza da offrire a tutto il popolo siciliano, come primo atto, porti i libri in Tribunale per dichiarare un intempestivo fallimento dell’ente regionale. Bisogna provare a raddrizzare la barca che ha rischiato l’affondamento sotto la improvvida gestione dell’uscente e non rimpianto Rosario Crocetta.

Come se non bastasse, sul capo di Musumeci pende una responsabilità supplementare rispetto a quelle che gli spetta assumere in nome e per conto della sua terra. Il centrodestra si prepara a una sfida nazionale decisiva per il bene del Paese. Nel curriculum che la coalizione presenterà agli elettori per dare prova di affidabilità ci sono le prestazioni altamente performanti delle tre regioni del Nord – Lombardia, Liguria e Veneto – amministrate dal centrodestra. Al nuovo governo della Sicilia non sarà permesso di abbassare il rating. Musumeci dovrà impegnarsi ad avvicinare gli standard assicurati dai suoi omologhi e sodali di coalizione delle regioni del Nord. Non è una mission impossible. Lo prova il “miracolo” ligure di Giovanni Toti, “governatore per caso” di un feudo rosso che in due anni ha fatto fare passi da gigante alla sua regione. Si dirà: la Sicilia non è la piccola ma reattiva Liguria e il Sud non è il Nord. Si tratta di luoghi comuni perché anche all’estremità meridionale dello “Stivale”, accanto ai problemi endemici, vi sono molte potenzialità da sfruttare. Un recente studio dell’osservatorio economico della Fondazione Res registra, per il 2017, “un rafforzamento del Pil (siciliano) all’1,8% con un consecutivo miglioramento della crescita nel 2018 (+1,5%)”.

È pur vero che il miglior dato rispetto alla media nazionale è spiegato dal più basso livello di partenza dell’economia siciliana rispetto al periodo antecedente l’esplosione della crisi. Tuttavia, l’incremento è visibile e di qualità visto che sarebbe sostenuto dalla crescita della domanda delle famiglie stimata, quest’anno, al +1,7 per cento. Resta invece il fattore negativo della flessione, nell’ultimo decennio, del numero delle imprese. Dal biennio 2007-2008 ad oggi le imprese attive sono diminuite del 7,7 per cento, con una mortalità di periodo che ha riguardato 30.254 unità produttive, prevalentemente allocate in due dei tre settori economici. Nel primario, nei comparti dell’agricoltura e della pesca, si è verificata una drastica concentrazione della base produttiva che ha comportato una perdita di 28mila imprese. Il settore manifatturiero ha vissuto un lungo processo di deindustrializzazione con una scomparsa, dalla fase pre-crisi, di 10mila imprese. Fenomeno che però, secondo le stime di Res, si sarebbe arrestato. Il terziario siciliano si conferma, in controtendenza, forza trainante grazie alla buone performances del comparto del turismo. Resta tuttavia la piaga del tasso di disoccupazione che, secondo stime, nel 2017 si attesterebbe intorno al 20,9 per cento contro una platea di occupati, nella fascia d’età 15-64, al 40,8 per cento della forza lavoro attiva. Sono numeri in chiaroscuro: preoccupanti ma non catastrofici. Dove reperire le risorse per invertire il trend?

Musumeci, prima di tutto, deve riuscire ad aprire la cassaforte delle risorse finanziarie dei fondi europei, cosa che al suo predecessore non è riuscita di fare, evitando accuratamente che si scateni “l’assalto alla diligenza” dei predatori seriali. È questione di idee e di programmi, ma anche di uomini. Senza una squadra di governo all’altezza della sfida sarà improbabile fare presto e bene. Vuole davvero Musumeci che la sua Sicilia diventi bellissima? Allora si metta all’opera. Dalla sua ha la fortuna, non da poco, di avere un amico che dalla finestra della sua casa di Arcore lo guarda ed è pronto a intervenire in qualsiasi momento per dargli una mano. Ad averceli sempre di amici così.