Di Maio: torniamo sul forfait

È noto e stranoto che Luigi Di Maio ha voluto disertare la sfida in tivù con Matteo Renzi. Lui, il “vice capo amato” (come si ironizzava ai bei tempi) aveva deciso tutto: la rete televisiva, la data, la tipologia della trasmissione, e pure il conduttore. Poi, sempre lui, ha ritirato il guanto di sfida perché è sua netta convinzione che, dopo la débâcle del Partito Democratico in Sicilia, non sarà più Renzi il candidato a Premier. Mentre lui (ancora lui) sì, sarà il candidato.

E vai con le critiche al gesto, non solo di scortesia ma di fuga (in avanti o indietro fate voi), talché è stato facile per i renziani accusarlo di essere scappato, forse anzi forse su pressante suggerimento del capo supremo e, a sentire persino qualche grillino sui social network, questo Di Maio “è come quelli che chiedono a una ragazza di uscire e poi non si presentano all’appuntamento dicendo che hanno conosciuto un’altra”, mentre secondo il Franco Pacini che se intende più di tutti di social: “In sostituzione del dibattito, Di Maio ha proposto a Renzi un tressette col morto”; per non dire del commento di Marco Salvati: “Abbiamo avuto tutti un Di Maio alle scuole medie, quello che diceva ‘ti aspetto fuori’ e poi non si faceva trovare”. Geniale!

In effetti il gesto di Di Maio non è dissimile da una fuga da un confronto politico e mediatico, tanto più riprovevole quanto più se proposto dallo stesso sfidante che si autoproclama leader ignorando, tuttavia, che un leader autentico, a parte il fatto non irrilevante che esserlo o diventarlo è una scelta che tocca sempre agli elettori, deve sapere, per aggregare consensi, confrontarsi, discutere e combattere sui contenuti, non soltanto al grido di “onestà, onestà!” ovviamente contro gli altri. Vedere qualcosa di scandaloso in questo niet dimaiano a scoppio ritardato è legittimo ma andremmo cauti nell’infierirvi, e anche se quel no ha il sapore di un’improvvisazione senza strategia, non vi è dubbio che rientri in una tattica grillina, quella di evitare i confronti. E ciò al di là e al di sopra delle critiche, comprese le più ficcanti degli addetti ai lavori della comunicazione, come la sondaggista Alessandra Ghisleri, che non capisce la mossa comunicativa di Di Maio soprattutto per la tempistica: “Un conto sarebbe se si votasse domani ma mancano sei mesi, e visto che c’è ancora tempo prima delle Politiche, il duello mancato potrebbe apparire come una decisione dettata dalla paura del confronto”.

Quanto poi alle critiche degli interiora corporis M5S, c’è l’elettorato grillino a sistemare tutto giacché, essendo prevalentemente anticasta, qualunque sia la scelta, si allinea e giustifica, senza alcuna ombra contestativa, le decisioni dei big, cioè di Beppe Grillo. Il fatto è che se non serve parlare di strategia della comunicazione dei grillini essendo soliti a sparale sempre grosse per poi sistemarsi in base al cambiamento delle situazioni, c’è tuttavia una tattica di fondo che è sostanzialmente quella di evitare i confronti soprattutto allorquando, come nel caso della sfida lanciata contro Renzi, la valutazione di concedergli un qualsiasi vantaggio, li ha spinti ad evitarlo, tanto più che il segretario dem, uscito malconcio dal voto siculo, resta sempre un rappresentante dell’establishment, per di più in grande difficoltà.

Non una strategia, per carità no, ma una tattica certamente sì, preferendo al confronto dialettico i monologhi e le interviste solitarie, anche se capita, sempre a Di Maio, di sbagliare scivolando sui congiuntivi, facendo la solita figuraccia. Ma i fatti vanno al di là di qualsiasi tattica. E il fatto del giorno riguarda la sconfitta, con ben cinque punti di distacco, di Cancelleri rispetto a Musumeci. Un fatto che segna, probabilmente, una svolta. Politica.