Qualche ipotesi sul dopo-Sicilia

Il dopo-Sicilia è cominciato subito. Intanto, Silvio Berlusconi c’è. E il dopo-voto imprime una velocità nuova ai vincitori con Nello Musumeci, anche se ognuno degli alleati ha subito cominciato a mettere il cappello sulla vittoria. Tuttavia, come dice il saggio: esaltare se stessi omettendo, più o meno, il ruolo e la funzione degli altri, soprattutto se alleati, non solo è umano ma è politico, dando al termine la sua per dire così nobiltà.

Il fatto comunque non cambia e consiste appunto nel termine alleanza, peraltro coniugato dal centrodestra assai meglio del fu centrosinistra, diventato “fu” anche e soprattutto nell’isola che aveva visto i trionfi, si fa per dire, dell’indimenticabile Rosario Crocetta del quale gli elettori si sono ricordati nella cabina e il risultato è questo. Intendiamoci, il Partito Democratico in Sicilia ha sostanzialmente tenuto rispetto a un candidato severamente punito nelle urne, il che conferma, per l’appunto, il ruolo decisivo di un’alleanza che voglia vincere.

Diciamocelo almeno fra di noi: non solo l’alleanza della gauche non ha funzionato al suo interno ma, per chi la vedeva potenzialmente allargata più a sinistra, ha dovuto fare i conti con il deludentissimo risultato di un Fava, ritenuto, prima, un alleato competitivo e che si offriva come colui che il genio di Goldoni chiamava il “faso tuto mi!” ma che, dopo, ha raccolto uno striminzito 6 per cento funzionale a un vivacchiamento ad personam, cioè allo stesso Fava. Una delusione per lui ma anche per i Bersani and Company nelle loro ipotesi o tesi di allargamento della loro niente affatto pingue platea. E costretti, dati alla mano, a riconsiderare un’alleanza competitiva proprio con quel Renzi che vedono, peraltro ampiamente ricambiati, come il fumo negli occhi. Alleanza competitiva, dunque. E che la nostrana gauche, forse, metterà in pratica ma ripetendo pressoché alla lettera lo schema del centrodestra, ovverosia che ognuno presenta, nel proporzionale, il suo capo-movimento o partito, si fa poi una concordata distribuzione dei candidati nell’uninominale e poi, dopo il risultato, nel caso sia positivo, a chi tocca formare il Governo.

Lo spirito e la logica della nuova legge elettorale consistono proprio in questi due fattori che Silvio Berlusconi, più vivo e sveglio che mai, ha capito fin da subito. Il dopo-Sicilia, per lui, era cominciato fin da prima. Tant’è vero che non ha mai nominato quell’Angelino Alfano che, considerato da taluni dei suoi come elemento divisivo a causa della sua collocazione a sinistra, ha risolto da sé qualsiasi problema dato che una sua ipotetica formazione vedrà col binocolo il superamento dello sbarramento nazionale del 3 per cento. Il dopo Sicilia è subito cominciato.

Anche per la banda, armata di insulti agli avversari, di Grillo che nella terra dell’immortale Gattopardo si era buttata a capofitto strasicura di vincere a mani basse. Adesso il Di Maio-pensiero fruga nel vocabolario alla ricerca di aggettivazioni sostenendo che per loro si tratta di una vittoria morale. Si sa, l’uso e l’abuso della morale, nella sua accezione moralista, è un vezzo pentastellato per coprire sia le loro magagne amministrative (Roma, Torino, Livorno), sia soprattutto per sviare l’attenzione dalla pura e semplice realtà dei dati elettorali che vede staccato Giancarlo Cancelleri di ben cinque punti da Musumeci, dando così ragione al detto del saggio (ancora una volta): colui che parla di sua vittoria morale è sempre quello che è rimasto sconfitto elettoralmente. La lezione che viene da Palermo sarà pure isolana e parziale, come a dire che il risultato non cambia quasi nulla.

Eppure proprio da questo dato per dir così staccato dal corpus della nazione da uno stretto, c’è o meglio ci sarebbe qualcosa da imparare per tutte le forze in campo. Al di là infatti della conferma dei sondaggi, il dopo-voto, come ricorda un sempre attento Sergio Soave, impone ai contendenti alle politiche un’attenzione ben più precisa e puntuale di prima rispetto al concetto, formale e sostanziale, di alleanza. Nel senso che quando si voterà in primavera - il più tardi possibile vorrebbe la sinistra - le offerte politiche dovranno essere niente affatto raffazzonate ma, al contrario, complessivamente ben definite e coerenti giacché il significato, il senso, il contenuto di un’alleanza che vuole vincere non può non comprendere questi due termini, e in Sicilia si è visto che il centrosinistra (renziano o meno) è sembrato tutto fuorché un’alleanza vera, e dunque competitiva.

Al contrario, il Cavaliere ha saputo fin da saputo toccare il tasto più sensibile sposando in pieno l’alleanza con a capo Musumeci, come fosse un unicum. Con un occhio a un Salvini che, grazie soprattutto alla Meloni, è stato un alleato bello e buono. Ma in Sicilia. E domani, anzi in primavera, al Nord, sarà sempre così bello e buono?