M5S: promesse tante, fatti pochi

Ha ragione da vendere il nostro direttore quando puntualizza certi limiti, peraltro sempre da loro negati o superati d’emblée, dei pentastallati. Limiti che sono tipici di tutti i movimenti allorquando passano dalle parole ai fatti, cioè dalle promesse alle realizzazioni.

Il caso di Roma è ovviamente il più significativo, ma potremmo metterci pure quello di Torino e di Livorno, ma non per la mania della critica a tutti i costi, ma per evidenziare quello che il vecchio Pietro (Nenni) chiamava lo scarto fra il reale e l’ideale, ovvero il necessario cambio di passo, e non solo di quello, da quando si è all’opposizione e, in caso di vittoria (per ora amministrativa) si accede al governo.

Sarebbe qui troppo facile l’elenco delle promesse lasciate poi come tali, cioè senza risultati concreti. E probabilmente l’esempio recente offerto dal leaderino in pectore, Luigi Di Maio, è il più indicativo e chiarificatore di quella tendenza alla sfida, a spararle grosse, a promettere mari e monti agli “incapaci e corrotti”, cioè tutti gli altri, e poi defilarsi. E l’aver sfidato i nemici – per i grillini non ci sono avversari in politica – a un dibattito pubblico e poi essersi defilato, cioè, dato a gambe in spalla come si dice qui a Milano, è un esempio emblematico che ci racconta la solita storia. Una narrazione per dir così risaputa e che torna puntuale nella misura con la quale tanto più le minacce sono alte quanto più sono bassi, miseri, penosi, i flop del mancato seguito. Minacce che, spesso e volentieri, vengono (pardon, venivano) rivolte ai giornalisti tramite il blog di Beppe Grillo, un vero e proprio megafono delle accuse ai “soliti pennivendoli” esponendoli a una sorta di gogna coram populo anche per il mezzo di liste di proscrizione senza che peraltro provenisse dai rappresentanti dei “pennivendoli” uno straccio di protesta. Dimenticanze. Capita, e capiterà, si capisce. Ma il problema non questo.

Adesso le cose sono diverse e capita che proprio quelle minacce si rovescino su chi le lanciava imprudentemente, come capita a quelli che Pier Paolo Pasolini chiamò per primo gli impuniti. Contano cioè i fatti, le realizzazioni. Ma quali, dove, quando? Il caso di Ostia, cioè di Roma, è il più ricco di spiegazioni per una narrazione realistica e alla rovescia rispetto alla vistosità di promesse immaginifiche, sempre e comunque sulla base di insulti grevi contro quelli di prima: di destra, di sinistra o di centro. Ne parliamo perché casualmente ci è capitato di passare per quell’angolo di Roma, un angolo per modo di dire essendo Ostia fra le quindici città più popolose d’Italia e da oltre un anno sotto il cappello amministrativo e politico della sindaca Virginia Raggi.

“Ostia? – sono le lucide parole di Salvatore Merlo – Ostia rimane lì, con il suo pontile sfregiato, i cassonetti che la notte prendono misteriosamente fuoco, i lavori pubblici che si accendono in campagna elettorale e che si spengono a urne chiuse, il degrado e l’abbandono di interi reticoli di strada. Roberto Spada, dall’altra sera, dorme a Regina Coeli fino alle prossime politiche. Poi ce lo dimenticheremo. Per un po’”.

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