Buio a San Siro e sull’Italia

Non prendiamoci in giro! La mancata qualificazione della Nazionale di calcio ai prossimi Mondiali che si disputeranno in Russia il prossimo anno è qualcosa di più di una catastrofe sportiva: è la metafora dell’Italia. Oggi interessa poco indagare su chi abbia maggiori responsabilità tecniche nell’incubo dei 180 minuti dello spareggio con la modesta ma coriacea rappresentativa svedese. È vero.

Abbiamo, come italiani, un’innata vocazione a esorcizzare il male ricorrendo ai riti sacrificali del capro espiatorio e, al momento, viene difficile immaginare che vi sia in circolazione qualcuno di più sacrificabile del Commissario tecnico Gian Piero Ventura. Sue le scelte delle formazioni da schierare, suoi gli schemi di gioco, quindi sua la responsabilità della catastrofe. Sarebbe perfino comodo prendersela con lui e mandare assolti tutti gli altri. E quando diciamo altri non pensiamo soltanto agli organismi dirigenziali della Federazione Italiana Giuoco Calcio (Fgci). Qui deve essere il sistema-Paese a interrogarsi su dove stia andando. “L’Italietta” vista a San Siro è lo specchio fedele di un’economia nazionale che si è tuffata a corpo morto nel flusso impetuoso della globalizzazione, abbacinata dalla logica di un profitto impermeabile a qualsiasi anelito di responsabilità sociale nel fare impresa.

La Nazionale, con l’odierna disfatta, certifica un trend negativo che viene da lontano, almeno dalla metà dello scorso decennio. Lo standard medio dei giocatori che l’hanno composta è mediocre. Non ci sono più i fuoriclasse di una volta a fare la differenza. Perché? Una politica calcistica puntata tutta sul business dei club ha di fatto marginalizzato i vivai nei quali avrebbero dovuto formarsi i campioni di oggi e di domani. La folle corsa ad acquistare talenti stranieri, a cifre talvolta stratosferiche, per massimizzare gli investimenti finanziari delle società di calcio ha determinato il vuoto nella formazione d’eccellenza dei ragazzi nati in Italia. Se gli elementi nostrani migliori non riescono a crescere qualitativamente perché non trovano spazio nei club zavorrati oltre misura di risorse straniere come pretendere che poi si abbia una Nazionale in grado di competere con le altre potenze calcistiche e stare al pari con la propria storia?

Si prenda il caso di Federico Bernardeschi. Quest’estate la Juventus ha speso una barcata di quattrini per portarlo via dalla Fiorentina per poi lasciarlo in panchina preferendogli nel ruolo di titolare il più quotato centrocampista colombiano Juan Guillermo Cuadrado. Dall’inizio del campionato il giovane Bernardeschi ha disputato spizzichi di partita. Pazzesco solo immaginare che, una volta approdato in azzurro, il ragazzo facesse miracoli. Dal calcio alla vita quotidiana, la musica non cambia: se si desirano risultati come Paese si deve puntare innanzitutto sulle nuove leve di italiani, portandoli a fare più sport. L’attività fisica fortifica il corpo e rende l’individuo una persona migliore. Anche nella competizione. Se al contrario la stella polare resta lo sfruttamento economico delle risorse disponibili, allora sta bene andare sul mercato globale a cercare le offerte più profittevoli.

Fa niente se, di questo passo, si distrugge una storia che è fatta di tradizioni, di tecnica, di laboriosità, di attaccamento ai valori etici, di abnegazione per il duro lavoro. Già, perché anche quella calcistica, e agonistica in genere, risponde ai medesimi canoni metodologici e organizzativi di una qualsiasi altra attività umana che implichi sforzo continuato in cambio di proporzionata retribuzione. Se così deve essere, se “il mercato lo vuole”, la domanda che dovremmo porci, all’indomani della sconfitta, è se abbia più un senso permettersi il costo di una Nazionale che rappresenti il Paese nelle competizioni calcistiche. Potrebbe sembrare una provocazione, ma a guardar bene è ciò che accade già nella vita quotidiana. Abbiamo una parte della classe dirigente che ha fatto propria la bandiera dell’annullamento di ogni connotazione che abbia un riferimento patriottico. Niente più frontiere, nessun privilegio in funzione del possesso della cittadinanza, Ius soli in luogo dell’aborrito Ius sanguinis, la parola Patria declassata a provocazione passatista. E lo slogan “Prima gli italiani” bollato come una roba da fascisti del Terzo millennio.

Se per questo segmento delle élite, che sciaguratamente ci governa da cinque anni, l’Italia torna ad essere un’espressione geografica e null’altro; se la difesa dell’interesse nazionale è soppiantato dal profitto privato; se il “made in Italy” è solo un marchio commerciale e non il valore aggiunto di una comunità di destino, lamentarsi di una squadretta di bravi ragazzi che avrebbe lordato l’orgoglio nazionale con un’opaca prestazione calcistica non ha alcun senso. Se essere nazione vale ancora, allora bisogna cambiare strada. Nel calcio, come nella vita di tutti i giorni.