Nazionalismo da operetta

Dopo sessant’anni si può anche mettere in conto di essere esclusi alla fase finale del Campionato del mondo di calcio. Dato che si tratta di uno sport, peraltro dai margini molto aleatori, la sconfitta con la Svezia dovrebbe essere semplicemente accettata come un fatto che rientra nella normalità statistica di questo popolare gioco.

Invece, com’era prevedibile che accadesse, si è innescato un dibattito surreale sui massimi sistemi e sui destini fatali di un Paese che proprio nella Nazionale di calcio, ahinoi, si ritrova ogni 4 anni unita da un nazionalismo da operetta, con tanto di trombette e tric trac. Un Paese indisciplinato sotto molti, troppi punti di vista, dalla finanza pubblica fino agli aspetti più quotidiani del vivere collettivo, che però nel mese “santo” dei Mondiali riscopre la sua unità di Pulcinella. Un mese in cui domina la catarsi di quel nazionalistico “siamo forti” che solo nel mondo del pallone era oramai possibile pronunciare.

Ultimi da parecchio tempo in Europa sul piano della crescita economica, e in fondo alla classifica internazionale dell’analfabetismo funzionale, la Nazionale di calcio rappresenta per tanti italioti una sorta di riscatto nei confronti di un mondo circostante che si ostina a non comprendere la nostra grandezza. Una grandezza composta essenzialmente da un mare magnum di chiacchiere e di buone intenzioni che proprio nel calcio parlato e da poltrona raggiunge la sua massima espressione.

Orfani dunque della quadriennale opportunità di gridare al vento “viva l’Italia” e di passare molte serate al bar dello sport a discutere di schemi e di rigori non concessi dall’arbitro, i nostri sfortunati connazionali saranno costretti ad occuparsi di altro. Magari per una volta, tanto per citare un argomento sugli scudi in questi giorni, potranno interessarsi del cosiddetto nodo pensioni. In questo senso, l’ennesimo assalto alla diligenza della più costosa previdenza pubblica del globo tentata da politici e sindacalisti privi di scrupoli, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, rappresenta un tema un tantino più rilevante per il nostro destino di nazione rispetto a quello degli “azzurri”. Anche per chi, e noi in questo siamo i campioni del mondo, è abituato a dribblare i problemi strutturali del sistema senza mai affrontarli seriamente.