Dove vanno i presidenti?

Va bene l’attesa frustrata dei Mondiali, va bene (anzi male) il pallone, e che dire della figura barbina della Svezia che resiste, e mettiamoci pure le lacrime di Gigi Buffon e, quel che è peggio, le dimissioni di Gian Piero Ventura da dare illico et immediate. E invece si vorrebbe qui aggiungere che le partite da giocare, quelle vere, sono ben altre.

Restando, per ora, solo sul versante chiamiamolo di sinistra, ci sarebbero le due novità (capirai!) dei due presidenti di Camera e di Senato. Due personalità di sinistra, ovviamente, entrambi eletti a importanti scranni istituzionali ma su precisa volontà di Pier Luigi Bersani in veste di segretario del Partito Democratico alla ricerca di un Governo con l’appoggio esterno di Beppe Grillo, che non solo non arrivò ma ci guadagnò una figuraccia coram populo col boss pentastellato. La secca decisione dei due di non aderire ai disegni presenti e futuri (cioè elettorali) di Matteo Renzi potrebbe essere un messaggio ottimista di quella gauche spiccatamente antirenziana di poter ottenere da sola una quantità di voti ben più ampia di quella ottenuta nelle elezioni siciliane, ponendosi, in caso di successo, come una sorta di guardiano del faro politico illuminante la strada giusta. La loro...

Che sia un’illusione assai probabile lo si commenta da più parti (Italia Oggi, ecc.), frutto anche di “una sindrome di onnipotenza che nasce in chi confonde l’omaggio tributato alla carica istituzionale con il consenso politico”, sindrome peraltro già notata in altri due ex, Fausto Bertinotti e Gianfranco Fini, autoconvintisi che mandando all’aria la coalizione che li aveva eletti avrebbe consentito loro di mettere in campo una nuovissima prospettiva. Col risultato che ben sappiamo ma che non ha per nulla impensierito un Bersani il quale, dal canto suo, deve pur giustificare in qualche modo la scissione con un Renzi che, al contrario, ci sta riflettendo eccome, con un occhio ad Alfano per coprirsi al centro e l’altro a Pisapia per tenere buona la sinistra. Il che, peraltro, non gli impedisce lo sport prediletto che è quello del bluff, ovvero la proposta ai bersaniani e dalemiani di Mdp di una ricomposizione elettorale e politica tutta sul versante sinistro; una aggiornata e rediviva alternativa di sinistra da farci tanti scongiuri per la iella che si porta dietro, al di là della pura propaganda condita dei nobili richiami e degli alti appelli unitari provenienti dai notabili del Pd.

Manovre, le une e le altre, che indicano - oltre alle evidenti contraddizioni e all’incipit sbagliato di parlare prima del carro-governo e poi dei buoi, cioè della distribuzione dei candidati nei collegi uninominali - le evidenti difficoltà identitarie, lo scontro fra governativi (centrosinistra) e sinistra sinistra, con un occhio speranzoso ai grillini di un Luigi Di Maio a sua volta in cerca di legittimazione dagli Usa dopo avere sbianchettato scrupolosamente il web dei post di violenta propaganda anti-vax (contro il “New York Times”) e di pubblicità a Putin. Una sorta di apologia via internet con uno squillante “vogliono incatenare l’orso russo!”.

In realtà, lo scontro in atto fra renziani e antirenziani e della cosiddetta unità, è più complesso e confuso del solito anche perché, come ricorda Diaconale, era più facile essere unitari contro l’uomo nero, quel Silvio Berlusconi che, dato per scomparso politicamente, è invece ritornato alla grande. Ed è il più attento di tutti alle novità del sistema di voto, tant’è vero che, a differenza della sinistra, non mette il carro davanti ai buoi ma pone nel suo sforzo elettorale, per l’alleanza fra diversi, la necessità di tenere insieme sia lo spirito identitario per i consensi nell’area proporzionale, sia l’impegno unitario, funzionale per l’area dell’uninominale. Cose che sfuggono, si fa per dire, alla gauche, tutta presa dall’abbraccio con i due presidenti. Che hanno già detto da che parte vogliono andare. On verrà, come si dice Oltralpe.