In Libia è l’Onu il vero assente

È fin troppo facile sostenere che impedire l’ingresso dei migranti in Italia significa consegnarli ai disumani campi di concentramento dei trafficanti di uomini in Libia. È facile perché rappresenta la verità nuda e cruda. È terribilmente vero, infatti, che l’accordo tra il Governo italiano e quello di Tripoli di Fayez al-Sarraj ha prodotto come risultato la riduzione degli sbarchi nel nostro Paese e il riempimento dei lager gestiti dai negrieri (ma si può ancora usare questo termine o l’ortodossia politicamente corretta lo considera discriminatorio?) dove si consumano i peggiori crimini contro l’umanità. E questa verità non viene dimezzata, come vorrebbero alcuni volonterosi difensori d’ufficio del Governo Gentiloni e del ministro dell’Interno Marco Minniti, sostenendo che ai tempi di Gheddafi, con cui tutti i governi italiani di destra e di sinistra avevano firmato accordi analoghi a quelli con al-Sarraj, avvenivano gli stessi scempi che avvengono adesso.

Ma, a differenza di quanto vorrebbero i solerti rappresentanti dell’Onu, le Organizzazioni non governative al loro servizio e la sinistra oltranzista, questa verità non può significare che per evitare i campi di concentramento si debba obbligatoriamente riaprire il flusso di migranti verso l’Italia e verso l’Europa. Il Vecchio Continente è sovrappopolato. Non è come le Americhe del tempo passato, i cui spazi immensi e semi-popolati potevano essere riempiti e colonizzati dagli europei magari ricorrendo agli stermini di massa delle ridotte popolazioni autoctone. L’immigrazione va gestita, controllata e misurata. Altrimenti è destinata a provocare, prima dell’avvento di una mitica società multietnica e multiculturale di pace e prosperità, decine di anni di tensioni, violenze, paure, crisi sociali e politiche.

Qual è, allora, l’alternativa all’immigrazione da controllare e ai diritti umani da garantire anche nel deserto libico? La domanda va girata all’Onu, che non può limitarsi a pronunciare denunce ma deve affrontare direttamente e concretamente il problema della tutela dei diritti umani in territori dove l’assenza di entità statali degne di questo nome favorisce il proliferare di crimini contro l’umanità.

In Libia, in sostanza, deve intervenire l’Onu, che deve gestire i centri di raccolta dei profughi e che deve riempire il vuoto d’autorità provocato dall’assenza di serie istituzioni statali da cui dipende la disumanità imperante. Le Nazioni Unite non svolgono questo compito e trovano più utile e comodo scaricare sull’Unione europea e sull’Italia una responsabilità che costituisce la ragione della propria esistenza. Ma se l’Onu non fa il proprio dovere a che serve tenere in piedi un ente sovranazionale così costoso, così parolaio e così inutile?