Una mozione per il merito: da Trieste l’Italia del futuro

Meritocrazia. Quante volte abbiamo sentito parlare di questo sistema di valorizzazione al quale ci rifacciamo quando pretendiamo correttezza nella selezione dei vertici, siano essi politici, manageriali, lavorativi o scolastici. Ho usato non a caso il verbo pretendere, perché il merito, ovvero l’insieme di competenze acquisite per studio e per esperienza sul campo, è percepito come un diritto specifico dell’individuo nelle sue esigenze di onestà e imparzialità. Nel merito emergono due caratteristiche, due principi etici e morali: giustizia ed equità. La prima rappresenta la garanzia di una tutela superiore, la seconda un’opportunità che non escluda nessuno ma, al contrario, sia sinonimo di apertura democratica, onestà intellettuale. Il parallelo con lo sport viene spontaneo. Chi raggiunge i propri traguardi con la fatica, l’applicazione, la continuità, insomma onestamente, viene apprezzato nella sua performance e nella carriera. Chi invece primeggia perché ha fatto uso di sostanze vietate, ingannando gli avversari e il pubblico, mette in atto una frode che non è solo nel suo ambito di riferimento, ma sconfina verso le categorie del bene e del male, del corretto e dello sbagliato. Categorie dell’essere, più che dell’apparire. Si tradiscono principi etici, si violano le regole, si dopa il contesto di riferimento. Vale nello sport, vale nella politica, vale nella vita.

Eppure questa mala pianta che semina la sue spore in tutti gli ambiti della società è difficile da estirpare. Alcuni giorni fa, uno studio dell’Istat rivelava che la “spintarella” ovvero la raccomandazione tra i giovani è ancora una scorciatoia accettata e diffusa per fare carriera o trovare lavoro. Ben quattro ragazzi su dieci se ne sono avvalsi per intraprendere un percorso dopo la scuola o l’università. Ovvero hanno abdicato al loro sapere per approfittare del momento, dell’opportunità. Se non si premia il merito, l’alternativa è la raccomandazione. Non si scappa.

Per non parlare di chi non arrendendosi davanti a questa scelta ha rinunciato al suo futuro in Italia, e ha preferito altri Paesi dove portare la sua preparazione, perché lì il principio che regola il mercato del lavoro è proprio la meritocrazia, la concorrenza, la competizione tra chi è migliore dell’altro. Non possiamo permettere che tutto resti così com’è. Non ci piace questo mondo fatto di “amici degli amici”. Dobbiamo rovesciare la situazione e invertire la rotta, lanciare la rivoluzione del merito scalzando quella mentalità che genera parentele e clientelismi, e rischia di far naufragare intere generazioni soppiantate da raccomandati incapaci.

Tra i primi a muoversi in questa direzione ci deve essere la politica, che ha il dovere di essere esempio e modello virtuoso per i cittadini. Fratelli d’Italia raccoglie questa sfida e si pone come punto di riferimento in questa rimodulazione dei principi di selezione che mettono al centro il merito, la capacità, la competenza e l’onestà. Lo faremo già a partire dal nostro Congresso nazionale di Trieste (1-3 dicembre). Lì presenteremo una mozione per il merito. Giorgia Meloni ha in più di un’occasione rappresentato l’emblema del riscatto dei giovani e delle donne in politica, attraverso la valorizzazione delle competenze e dei sacrifici messi in atto per poterle esprimere. Il nostro movimento, nell’ambito del panorama politico italiano, e a maggior ragione dunque del centrodestra, può utilmente discernere la propria offerta politica proponendosi come fautore della rivoluzione del merito. Da Trieste, terra di patrioti, può nascere l’Italia del futuro.

(*) Consigliere regionale del Lazio e membro dell’Assemblea Nazionale di Fratelli d’Italia