Da Manzoni a Renzi, dai lanzichenecchi al nulla

Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo; passano i Croati, passa Torquato Conti, passano altri e altri; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu l’ultimo”.

Mettiamo a confronto la descrizione manzoniana del passaggio dell’esercito imperiale in Lombardia nel 1629 con la descrizione che viene fatta sui giornali vicini al Partito Democratico dell’esercito che sotto la guida di Matteo Renzi dovrebbe partecipare alla campagna elettorale italiana del 2018. A sinistra c’è il Campo Progressista di Giuliano Pisapia; si vedrà se insieme all’area laica, liberale e radicale di Riccardo Magi, Benedetto Della Vedova ed Emma Bonino. Al centro c’è una serie di gruppi che potrebbe vedere uniti Alternativa Popolare di Angelino Alfano, i cattolici di Pier Ferdinando Casini, la Democrazia Solidale di Lorenzo Dellai, più i moderati di Giacomo Portas, i socialisti di Riccardo Nencini e, se piacerà al cielo e alle gerarchie ecclesiastiche, qualche rappresentante di Santo Egidio che dovrebbe essere l’ultimo, sempre che non spunti fuori un ritardatario dell’ultima ora.

Si capisce che il confronto letterario tra il ritmo incalzante della descrizione manzoniana dell’esercito imperiale lanzichenecco e la lenta enumerazione degli alleati elettorali di Renzi sia impietosa. Ma il guaio vero, ovviamente per il segretario del Pd, che a non reggere è soprattutto il paragone tra un esercito formato di comandanti e truppe a piedi e a cavallo e un’armata di generali che non hanno truppe elettorali al seguito e che rappresentano a stento loro stessi. Renzi si illude se pensa che il “campo largo” perimetrato a destra da Beatrice Lorenzin e a sinistra da Giuliano Pisapia gli consenta di superare la quota del trenta per cento e diventare il rappresentante della coalizione a maggioranza relativa legittimato a chiedere a Sergio Mattarella l’incarico di formare il Governo.

I suoi alleati non portano voti, se non in una misura infinitesimale. E in compenso tolgono seggi sicuri ai renziani del Pd e i voti di quell’elettorato post-comunista che verrà chiamato a puntare sulla Lorenzin o su Alfano invece che su Pier Luigi Bersani o Massimo D’Alema.

Perché, allora, paragonare l’esercito manzoniano a quello renziano? Per l’unica similitudine che regge. Il primo portò la peste; il secondo lo stesso.