L’Euro-No tirato a sorte

Non si ha mai il tempo necessario di riflettere persino sulle vicende più grosse, sulle questioni più cogenti, sui progetti più importanti. Ma è ancora più seria la faccenda, se si considera che le riflessioni meno frequentate sono quelle su delle bocciature - tipo l’ultima europea che vedeva Milano, cioè l’Italia, protagonista - non soltanto inaspettate, ma non meritate.

Certo, fra gli Stati della Unione europea c’è da sempre una gara per accaparrarsi sedi, agenzie, posti, siti, posizioni, traguardi. Diciamo che è una gara che sta nell’ordine naturale delle cose. E siccome ogni gara vede sempre chi arriva primo, è del tutto naturale che lo o gli sconfitti se ne facciano una ragione, prima o poi.

Anche l’ultima corsa che vedeva protagonista la città di Milano in concorrenza con altre città europee, a cominciare da Amsterdam e via via tutte le altre (come al Tour de France) è stata per così dire una gara con tanto di primazia da raggiungere fra diversi concorrenti. E non stiamo qui a discutere della qualità delle città, peraltro tutte meritevoli della posta attribuita al vincente della tappa. E che tappa... Ma le cose sono andare davvero così?

Se era fuori discussione la sostanziale regolarità, come si dice nello sport, e dunque la correttezza, nella corsa dei diversi concorrenti tutti, è chiaro che qualcosa non ha funzionato. Ma non durante la gara, intendiamoci, dove pure il darsi da fare “politico” è al di sopra di ogni critica essendo la specifica e ineluttabile conseguenza di quella Polis sua espressone storica.

No, niente da dire sulla gara. Il fatto, il punto, il casus o, per dirla con i britannici, l’accident, si è verificato sul traguardo. Se si fosse trattato di un incontro di calcio, ecco la soluzione nei tempi supplementari. E se una tappa ciclistica, eccoci al responso del fotofinish. Due risposte che tagliano, come si dice, la testa al toro. Ma nel caso dell’attribuzione della sede all’Agenzia del Farmaco, niente tempi supplementari, niente fotofinish: l’estrazione a sorte.

Mica male come soluzione dei casi apparentemente irrisolvibili, dove l’avverbio, attribuito a un contesto di nazioni europee, non potrebbe nemmeno essere sussurrato giacché la politica esiste, da sempre, anche e soprattutto per risolvere tutte le impossibilità immaginabili. Pure con la guerra, ovviamente, anche se è sempre meglio non arrivarci. Ma è sempre la politica che deve occuparsene. E va pure osservato che la sconfitta sul campo è comunque accettabile proprio perché in qualsiasi partita si gioca, si vince e si perde. E bisogna farsene una ragione. Ma quale ragione se si ricorre al sorteggio, al lancio della monetina, all’uscita di un numero del lotto? Una ragione, purtroppo, ce la siamo fatta.

Una ragione grave e triste. Ed è che se un’Europa retta da politici ivi eletti in forza della volontà popolare liberamente espressa per risolvere i suoi problemi grandi e piccoli, è costretta a ricorrere al classico lancio dei dadi alzando le mani per non decidere, ebbene questa Europa che ricorre al caso, ci restituisce la triste immagine di una resa. La peggiore, senza combattere.