A Renzi il “cenacolo” di Alfano

Dopo aver eletto il presidente francese Emmanuel Macron a suo nume tutelare, Matteo Renzi, in modalità “campagna elettorale”, va alla “Leopolda” a tracciare il perimetro dell’ennesimo format rimaneggiato del centrosinistra che dovrà fornire la prova d’orgoglio vincente sugli infausti pronostici del voto di primavera. Non è impresa facile. Per coprirsi il fianco sinistro dovrà faticare non poco. Dopo le porte in faccia del nuovo soggetto socialista che sta nascendo dalla confluenza dei superstiti di “Sinistra, Ecologia Libertà” (Sel), transitati in  Sinistra Italiana (Si) con i fuoriusciti del Partito Democratico, riuniti sotto le insegne di “Articolo 1-Mdp” e “Possibile”, il movimento monodose di Pippo Civati, Renzi deve accontentarsi del ridotto radical chic presidiato da “Campo Progressista” di Giuliano Pisapia e dalla “cosa” radicale, meno di lotta e più di potere, capitanata da Emma Bonino. Non è che sia il massimo, vista la singolare caratteristica che accomuna i due pluriomaggiati partner: tante pretese da far valere e pochi voti da portare alla causa comune. Ma va bene ugualmente se, rispondendo agli obiettivi della strategia renziana, la strana coppia Bonino-Pisapia funziona da soggetto di disturbo della catalizzazione del voto a sinistra fuori del raggio d’azione del Partito Democratico. Con questi interlocutori Renzi dovrà avere pazienza e coltivarne le ambizioni perché rendano il migliore risultato possibile. Tutt’altra storia, invece, si profila sull’altro fianco: quello con vista al centro. Lì la situazione è per certi versi perfino imbarazzante.

Dai “moderati” nessun tentennamento, nessun tentativo di alzare la posta per far pesare l’entrata nella coalizione. La combriccola di Alternativa Popolare, riunita nella Direzione Nazionale lo scorso venerdì, ha deciso di trasferirsi armi e bagagli nel centrosinistra prima ancora che qualcuno glielo chiedesse. Che bizzarro quadretto! Gli alfaniani sembrano pesci che si tuffano sulla barca senza aspettare che il pescatore cali gli ami. D’altro canto, cosa di diverso avrebbe potuto proporre Angelino al manipolo dei suoi sodali? Il centrodestra per loro è off-limits. Troppo compromessi con la politica del centrosinistra di cui sono stati ossequiosi palafrenieri per avere un minimo di credibilità da spendere a destra. Da soli non possono andare, anche se qualcuno tra loro (Maurizio Lupi) ha tentato disperatamente di convincerli alla corsa in solitario. Come polo autonomo nei collegi dell’uninominale non avrebbero possibilità alcuna di spuntarla. Dovrebbero allora puntare tutto sulla quota del proporzionale dove la soglia d’ingresso fissata al 3 per cento darebbe loro qualche chance di sopravvivenza. Ma con un rischio grandissimo. L’impossibilità del voto disgiunto potrebbe spingere l’elettore verso il cosiddetto “voto utile” facendogli preferire la coalizione più avvantaggiata per il successo finale. E ciò li allontanerebbe inesorabilmente dal traguardo. Per questo motivo, assai pratico e poco ideale, Alfano ha posizionato la sua piccola formazione nell’unico campo che gli accorderebbe un accesso nell’alleanza.

Prosaicamente, il tutto si traduce in candidature in collegi uninominali sicuri per capi e capetti di Alternativa Popolare. Ma l’approdo auspicato non sarà indolore. E, soprattutto, avverrà a costi altissimi per la pattuglia centrista. Renzi non è Madre Teresa di Calcutta. Gli chiederà, in cambio del salvataggio, che il partito a tutti i livelli faccia una coerente scelta di posizionamento. Tenuto conto che nel 2018, oltre al Parlamento verranno rinnovati 9 Consigli regionali e oltre 750 comuni, Matteo Renzi pretenderà da Angelino Alfano che smetta di fare l’Arlecchino servo di due padroni e assicuri fedeltà ai candidati del centrosinistra anche nelle competizioni locali. Soprattutto in Regione Lombardia, dove ancora oggi Alternativa Popolare è organicamente presente nella giunta di Roberto Maroni. Renzi, non a torto, pretenderà da Alfano e i suoi chiarezza e lealtà che non sono propriamente le maggiori virtù per le quali essi verranno ricordati dalle future generazioni. Se a Roma i capetti di Ap, pur di salvare il posto in Parlamento, non avranno difficoltà ad accettare i diktat impartiti dal Nazareno, nel resto del Paese ci sarà un’ecatombe di “moderati”. I quadri intermedi del piccolo partito neo-centrista, che devono andarsi a conquistare il consenso sul territorio, sanno bene che il bacino elettorale di riferimento, essendo di cultura cattolica e di valori conservatori, non li seguirà in un’avventura a sinistra, nel segno del laicismo spinto e del progressismo tout court. E per tutti loro sarà la fine, politicamente parlando.

Benché sia uno sgradevole accostamento non ce ne viene uno migliore: Alternativa Popolare trasformata nella “Zattera della Medusa” di Théodore Géricault, di recente suggestivamente evocata da Valter Vecellio in un suo articolo sul nostro giornale. Il dipinto mostra la tragica sorte di una ciurma di naufraghi dei quali sono alcuni riusciranno a sottrarsi alla furia del mare in tempesta. Se qualcosa quel quadro insegna è di non fidarsi troppo di comandanti pavidi ed egoisti a cui nulla importa della sorte dell’equipaggio. Uno spassionato consiglio ai naviganti dello stagno centrista che rischiano il naufragio in acque salmastre: non vi resta che procurarvi un’altra imbarcazione che vi porti in salvo, ma a condizione di navigare nella direzione opposta a quella intrapresa dai vostri inaffidabili nocchieri.