La classe politica non esiste

Ho letto con un certo interesse l’articolo pubblicato giovedì scorso su queste pagine dall’ottimo Pietro Di Muccio de Quattro. E approfitto dell’occasione per informarlo di un fatto sconvolgente: la classe politica non esiste. Ovvero, se con questa definizione intendiamo riferirci a un gruppo ristretto di individui del tutto avulsi dal contesto sociale a cui appartengono e teoricamente in grado, come sottintende il nostro, di pianificare una certa qual azione che coinvolga il medesimo gruppo. Azione collettiva ovviamente in favore di un astratto interesse comune che dovrebbe ispirare all’unisono i membri di codesta presunta classe politica.

In realtà il ceto politico, definizione a mio avviso più adeguata, in una democrazia rappresentativa non è altro che una mera emanazione della società a cui esso appartiene, rispecchiandone appieno i vizi e le virtù. Da questo punto di vista risulta insuperabile il noto aforisma del filosofo, politico e giurista Joseph de Maistre secondo cui “Ogni nazione ha il Governo che si merita”.

Soprattutto negli ultimi anni l’osmosi tra la cosiddetta società civile e la sfera politica si è fatta ancor più marcata, con un maggior ricambio – spesso realizzato per ragioni di propaganda – negli organici dei partiti tradizionali e con la vera e propria esplosione elettorale dei grillini, espressione ancor più diretta dell’uomo della strada. Ma ciò non sembra aver modificato in nulla le logiche ferree nelle quali pure i nuovi venuti si trovano a doversi confrontare. Logiche legate al legittimo e naturale perseguimento in primis dei propri interessi personali, che nel caso di un nullafacente che ha vinto la lotteria di un seggio in Parlamento si traduce in una irresistibile spinta a prolungare il più possibile la sua molto ben remunerata avventura politica.

Di fatto, volendo allargare maggiormente la visione sul ceto politico in carica, il meccanismo democratico basato sul consenso elettorale determina in generale una inesorabile concorrenza tra le forze in campo per la conquista dei posti di potere e una concorrenza, spesso più spietata ma meno visibile, interna alle medesime forze politiche per accaparrarsi candidature e incarichi.

Da questo punto di vista, l’homo politicus è un individuo sostanzialmente isolato che si muove nel tumultuoso mare magnum del mercato della politica utilizzando le proprie relazioni nel modo che egli ritiene più conveniente per i propri personali obiettivi.

Ciò che davvero determina lo sviluppo in senso evolutivo di una democrazia rappresentativa è l’interazione tra l’offerta politica di partiti e movimenti, tra loro alternativi, e la cosiddetta base elettorale. Tuttavia è anche possibile, così come accade da molto tempo in Italia, che da tale interazione non scaturisca altro che una concorrenza al ribasso che porta le principali forze politiche a convergere verso una linea marcatamente assistenzialistica. E se questo accade non possiamo prendercela con questo o quel politico, o con questo o quel partito. Se l’intero Paese, più o meno consapevolmente, decide di proseguire sulla rotta di un inevitabile disastro economico e finanziario, non c’è nessun ceto politico in grado di fermarlo.