Tivù: dalla gente al popolo fino al populismo

Certo è che se anche un ministro, in genere placido e spesso invocante misure antidemagogiche, viene colto anche lui dalla febbre populista, vuol dire che la malattia è seria. Quando infatti parla della Rai e della sua necessaria privatizzazione - l’ha ricordato il nostro direttore - finisce col negare il se stesso tranquillo e riflessivo venendo colpito, improvvisamente, dal male della schizofrenia. Era un suo parere personale, benché ministro? E allora poteva onorare la sua tradizionale placidità, volando alto, come si dice, oppure stando zitto, che è sempre meglio. Parlava a nome del Governo? Sarebbe davvero una bella zeppa populista per quel Gentiloni l’africano che non s’è mai sognato di proporre questo genere di privatizzazioni, riferito appunto a un servizio pubblico, tanto più se televisivo.

Il punto più vero sta dunque nel mass media più “in” di tutti, e giustamente, anche se da noi, soprattutto da noi, la tivù ha assunto un ruolo prioritario non solo o non tanto nel diffondere notizie e il resto, ma nel fare di questo, che pure è insito nel medium, un punto di riferimento se non di guida della politica. La quale, non a caso, è stata sussunta, grazie al fortunato libro omonimo di Stella e Rizzo, nel termine Casta, e chi più ne ha più ne metta quanto a sufficienza, per non dire di peggio, da parte dei conduttori del medium, elevatisi automaticamente almeno di mezzo metro sopra la Polis e i suoi legittimi rappresentanti.

Se le cose stanno così, e mettiamoci sempre di mezzo l’audience, e senza più ombre di schizofrenie, la trasformazione di certi conduttori nei rappresentanti, pardon nei portavoce del popolo e delle sue esigenze, ha di fatto imposto un linguaggio, un contesto, un quadro generale diverso in cui la vox populi assume un’importanza tanto più cogente quanto più i politici ne fanno le spese, a meno che ne diventino alleati, ovviamente in seconda o terza battuta.

Naturalmente il termine populista, detto anche per brevità di ragionamento, andrebbe graduato da caso a caso, da personaggio a personaggio, ed è del resto evidente che uno come Enrico Mentana, creatore e anima(tore) del telegiornale di La7, ha per dir così il suo stile di vox populi cui non sono alieni i commenti “politici” a certe vicende, ancorché senza cambiare postura e tono di voce. Ma se la sua di voce passa appunto per un filtro politico, lo stesso non si può di dire della new entry della tv di Cairo, quel Massimo Giletti che secondo qualcuno (Laura Rio “Il Giornale”) cercava la sua terza via, e che in realtà sta percorrendo quella di sempre ma senza quel filtro, anzi,con l’obiettivo di costituire una nuova e autorevole vox populi in cui al termine gente d’antan, usato e abusato soprattutto nella Seconda Repubblica e figuriamoci ora col grillismo in testa (anche nei voti), è stato preferito (imponendolo) quello di popolo di cui “Non è l’Arena” vuole essere, a un tempo, il contenitore arrabbiato e il propulsore attivo via etere.

Se poi si ci sono altre trasmissioni, anche su Mediaset, tipo “Quinta colonna” e “Dalla vostra parte” siamo d’accordo che le loro finalità sono esplicite, ma si dà il caso che pur nella loro dichiarata funzione fin dal titolo, a volte vadano sopra le righe nutrendosi, quando capita, di autentiche risse coram populo e senza interventi mediatori, anzi! E non ci si stupisca poi della realtà pentastellata, nata e cresciuta proprio sull’onda dell’antipolitica più gridata, diffusa, praticata e infine votata. Ma a loro favore.

Niente di irreparabile, intendiamoci, tenendo presente il fatto, anzi, il passaggio ineludibile attraverso l’audience che, per la tv, non sarà di certo una risposta né del popolo né della gente, ma rappresenta pur sempre un inevitabile punto di riferimento e di arrivo, in più o in meno. C’è sempre però una domanda che ci frulla per la testa: ma della politica tout court si può parlare e discutere non solo con calma, ma soprattutto con lo spirito - di chi la fa e la conduce - teso a mostrarne la sua storica necessità, i suoi contenuti più veri, le sue finalità più ineludibili a favore, appunto, del popolo? Ah, dimenticavamo: forse (quel)la politica non c’è più.