Fratelli d’Italia, il coraggio e la convenienza

Distratti dagli ultimi sviluppi della guerra a sinistra non abbiamo prestato il dovuto riguardo allo scorso fine settimana triestino. Facciamo ammenda.

Fratelli d’Italia ha celebrato il suo Congresso nell’antica città austro-ungarica. Ricordarlo non è che sia uno scoop. Tuttavia, qualcosa in quel di Trieste è accaduto di significativo. E di sorprendente. Con tutto il rispetto per la persona di Giorgia Meloni, non è la sua rielezione a leader del partito la notizia clamorosa. Lo sarebbe stata se la battagliera ragazza della Garbatella non fosse stata riconfermata nel suo ruolo di capo. E neppure lo sono i lodevoli propositi versati all’interno dei documenti congressuali che restano pur sempre buone intenzioni finché giacciono sulla carta. Altra musica sarà quando dalle enunciazioni di principio si dovrà passare ai fatti. Solo allora capiremo se parole come meritocrazia e probità troveranno o meno piena cittadinanza nell’azione di un futuro governo partecipato da Fratelli d’Italia.

Ciò che, invece, rileva è stato assistere al taglio del cordone ombelicale che, a torto o a ragione, legava nell’immaginario collettivo l’esperienza di Fratelli d’Italia alla storia di Alleanza Nazionale. Giorgia Meloni ha scelto di comprimere la portata della “rivoluzione” finiana degli anni Novanta all’interno di una parentesi di percorso da consegnare agli archivi della Storia, senza troppa nostalgia. Detta così sembrerebbe il ghiribizzo di una giovane che vuole disfarsi dell’ingombrante presenza di un parente diventato scomodo per aver procurato danno alla sua famiglia a causa di vicende personali poco encomiabili. Ma il riposizionamento strategico ufficializzato a Trieste ha ragioni più solide e profonde di un’infantile scoloritura di foto incollate nell’album di famiglia. La mutazione genetica del partito della destra da movimento erede e custode della tradizione legata all’esperienza storica del fascismo, qual è stato il Movimento Sociale Italiano, in una formazione in grado di rappresentare gli ideali e i programmi di una destra europea e moderna, aperta alle influenze liberali e riformiste, ampia nella sua perimetrazione sociale, non è stata questione di un giorno né di un solo uomo. Il processo di revisione è cominciato negli anni Ottanta e al “Congresso di Fiuggi” del 1995 ha vissuto la sua consacrazione. Il protagonista di quella stagione della destra è stato indubbiamente Gianfranco Fini, ma dietro il suo ruolo di front-runner del cambiamento non può non vedersi in controluce la figura imponente di Pinuccio Tatarella che di quella trasformazione fu il principale demiurgo. Non fu certo roba di poco conto convincere un popolo, che ancora faceva bella mostra di busti del Duce, a fare la propria parte per chiudere la stagione, durata troppo, della guerra civile italiana.

Tuttavia, quel coraggioso processo di revisione ha costituito la base sulla quale il “Cavaliere” Silvio Berlusconi, fresco di discesa in politica, ha potuto concepire e attuare in modo indolore per la coscienza collettiva del Paese lo sdoganamento, per il governo della nazione, della destra ex-nostalgica. Cosa inimmaginabile, per via democratica, solo fino a qualche anno prima. Giorgia Meloni oggi con un tratto di penna cancella quella fase per operare una saldatura in chiave identitaria con la tradizione politica lasciata in eredità dal Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante. Una scommessa difficile che ha però un senso. Fratelli d’Italia deve fronteggiare l’invasione di campo che la nuova Lega sovranista di Matteo Salvini sta perseguendo con metodo scientifico. Non si tratta soltanto di calata al Sud delle camicie verde pastello degli ex bossiani. Neppure banalmente di scouting a fini elettorali. È questione di sovrapposizione di programmi e parole d’ordine che, se non risolta per tempo, potrebbe condannare la forza numericamente più piccola ad essere fagocitata da quella più grande, capillarmente radicata nella parte più popolosa e produttiva del Paese: il Nord.

La Meloni ha considerato possibile, attraverso un richiamo forte alla memoria condivisa di una comunità politica, riportare al voto quell’area di consenso che verosimilmente nei passaggi generazionali, transitando dalla Prima alla Seconda Repubblica, è rimasta pressoché fedele alle sue origini ideologiche. Alle politiche del 1972 il Movimento Sociale Italiano toccò il picco, per la Camera dei deputati, con una percentuale del 8,67 e 2.894.722 preferenze. Al Senato raggiunse il 9,19 per cento, con 2.766.986 voti. Alle elezioni del 2013 Fratelli d’Italia ha esordito raccogliendo 666.765 preferenze alla Camera dei deputati, pari all’1,96 per cento dei votanti; al Senato, 590.645 voti, pari all’1,93 degli aventi diritto. Ora, pensare di colmare il gap tra la fase del Msi giunta allo Zenith nel 1972 e l’odierna offerta politica di destra che si presenta all’appuntamento elettorale in una pluralità di declinazioni che potrebbe disorientare l’elettore, facendo a meno di un pezzo di quella storia che attiene ai momenti di maggiore apertura a correnti di pensiero distanti dalle forme ideologiche del passatismo, non è impresa agevole. Ciononostante, è comprensibile che la Meloni ci provi per non restare schiacciata sotto il peso dello scomodo alleato/concorrente leghista. Perciò, buona fortuna.