Stato, statalismo, Mezzogiorno

Il tentativo di colmare la distanza tra Nord e Sud è stato effettuato con l’occhio al sistema produttivo anziché alle funzioni pubbliche. Fu impiegata un’imponente massa di risorse erariali per risollevare, modernizzare, sviluppare l’economia meridionale. Lo Stato creò fabbriche, elargì finanziamenti, concedette agevolazioni fiscali, costruì infrastrutture. Questo gigantesco intervento ha conseguito effetti positivi, sebbene non tutti quelli attesi, ma non risolutivi. Il distacco relativo tra Settentrione e Mezzogiorno permane. Alle buone intenzioni dei governi repubblicani non hanno corrisposto buoni risultati. Ma se è comprensibile, e persino perdonabile, che non siano riusciti ad equiparare materialmente le due metà dell’Italia, è ingiustificabile che non abbiano privilegiato la qualità e quantità dei servizi essenziali, quali soprattutto la giustizia, l’istruzione, l’amministrazione, che sono determinati dallo Stato, non dal sistema delle imprese. Essi scelsero il metodo più semplice, comodo, remunerativo, per i promotori e i destinatari: distribuire denari, che alleviavano sì il male del sottosviluppo ma giovavano pure alla raccolta dei voti. L’impazienza e le aspettative, che la democrazia genera, li indussero ad invertire l’ordine delle priorità.

Lo Stato, in generale, fece ciò che non sa fare, l’industrializzatore, anziché fare ciò che ne costituisce la ragion d’essere e che deve fare, cioè assicurare il diritto, favorire la conoscenza, agevolare la vita. Non è una tragedia se un siciliano o un campano non sono ricchi quanto un piemontese o un altoatesino. Non esiste positivamente nella Costituzione italiana, né può logicamente esistere in assoluto, un diritto all’eguale ricchezza. Mentre invece sono sanciti nella nostra Carta e scolpiti nel cuore umano il diritto ad un’eguale giustizia nelle aule di giustizia, il diritto ad accrescere il sapere, il diritto a non essere vessati, impediti, infastiditi dalle pubbliche autorità. Non esistono altre cause essenziali, se non le colpe statali, del sostanziale diniego di giustizia che patisce un cittadino al Sud rispetto ad un cittadino al Nord, dell’insufficiente istruzione disponibile nel Mezzogiorno nei confronti di quella impartita in Settentrione, della sciatteria dei servizi amministrativi che affligge un sudista a paragone di un nordista.

Nel meridione, la durata dei processi è più che irragionevole, intollerabile; le scuole sono scadenti; gli uffici contrastano il cittadino. La classe politica mostra di non percepire neppure che la crescita dell’economia costituisce diretta funzione del contesto extraeconomico. Assolvere i compiti immateriali, quali la certezza del diritto, il miglioramento intellettuale, la capacità amministrativa, non è accessorio ma fondamentale per la pratica economica. In ciò consiste propriamente l’insuccesso del meridionalismo e l’elusione della questione meridionale. E nell’aver trascurato il monito finale del celebre saggio di Stuart Mill: “Un governo non si dedicherà mai abbastanza a quelle attività che non solo non ostacolano, ma favoriscono e stimolano le iniziative e lo sviluppo degli individui. A lungo termine, il valore di uno Stato è il valore dei suoi individui... Uno Stato che rimpicciolisce gl’individui che lo compongono... scoprirà che con i piccoli uomini non si possono compiere cose davvero grandi” (John Stuart Mill, Sulla libertà, V).

Anziché elevare la forza vitale della società, lo Stato al Sud ha cercato di aumentarne il reddito, senza tuttavia arricchirla delle essenziali istituzioni civili che costituiscono l’imprescindibile presupposto della crescita economica.