Se la chiusura festiva non è un tabù

Il neo-leader dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio, rilancia la proposta delle chiusura festiva degli esercizi commerciali e della grande distribuzione. Lo fa riprendendo un disegno di legge sulla disciplina degli orari di apertura degli esercizi commerciali, a prima firma del deputato grillino Michele Dell’Orco, già approvato dalla Camera dei deputati il 25 settembre del 2014. La proposta, arenatasi in Senato, prevede una parziale restrizione alla liberalizzazione dell’apertura dei negozi introdotta dal Governo Monti nel dicembre 2011 con il cosiddetto decreto “Salva-Italia” e in parte anticipata dal “Decreto Bersani” sulle liberalizzazioni del 1998.

Il nocciolo del provvedimento si focalizza sul ritorno alla chiusura obbligatoria degli esercizi commerciali almeno in sei delle dodici giornate che l’ordinamento giuridico italiano riconosce come festività nazionali. L’intendimento manifestato dall’onorevole Di Maio atterrebbe alla volontà, politica, di restituire felicità alle famiglie dei lavoratori attualmente posti nell’impossibilità di conciliare i tempi di lavoro e di vita. A sostegno della sua tesi, Luigi Di Maio asserisce che le aperture senza limiti degli esercizi commerciali non recano benefici ai ricavi delle imprese del settore perché gli incassi prodotti nei festivi si spalmerebbero sull’andamento medio degli incassi dei giorni ordinari. Ha ragione Di Maio? A stretto rigore, non è possibile stabilire se quella del front-runner grillino sia una verità o una “bufala”. Non ci sono dati disponibili per accertare se effettivamente l’apertura a ciclo continuo dei negozi e dei centri commerciali comporti o meno un aumento dei ricavi. Sul tema si registra una presa di posizione della Federdistribuzione, che rappresenta la grande distribuzione, fortemente favorevole alla liberalizzazione. È naturale che l’associazione nume tutelare delle grandi aziende della distribuzione faccia ragionamenti in stile “Cicero pro domo sua”. Sarebbe sorprendente il contrario.

Sul fronte opposto, l’unico dato attendibile sul quale Di Maio potrebbe poggiare la sua argomentazione è uno studio, risalente al 2014, dell’Università Politecnica delle Marche, secondo cui la maggior parte dei commercianti al dettaglio della regione, interrogata sull’utilità dell’apertura nei festivi, si sarebbe detto insoddisfatta. Il 70 per cento degli intervistati ha dichiarato di “non aver riscontrato un impatto positivo sui risultati economici”. Bastano dunque i negozianti delle Marche per dire che in tutta Italia funziona allo stesso modo? Ovvio che no. Tuttavia, la circostanza che Di Maio affermi qualcosa di scientificamente non dimostrato, non toglie nulla alla problematicità della questione posta.

Lungi dal derubricare l’uscita del deputato grillino a ridicola castroneria, sarebbe opportuno che una riflessione non condizionata da tabù ideologici la facessero anche gli altri esponenti politici, visto che è un tema che riguarda gli italiani. Sgombriamo il campo da possibili derive moralistiche: lavorare nei giorni di festa non è uno scandalo. Se lo fosse allora il divieto, di natura morale, dovrebbe riguardare tutti, non soltanto gli operatori nel settore del commercio. La questione, dunque, si riduce al pur decisivo quesito sulla conciliabilità dei tempi di vita e di lavoro. Su un punto Di Maio ha ragione: tra i lavoratori del commercio costretti alla turnazione nelle giornate tradizionalmente dedicate alle solennità festive, in maggioranza religiose, è più complicato corrispondere alle esigenze familiari. Tale difficoltà, a lungo andare, potrebbe ripercuotersi negativamente sulla tenuta della famiglia che la Costituzione repubblicana individua quale fondamento naturale della società. Altre conseguenze negative potrebbero riscontrarsi riguardo alla propensione degli individui a incrementare le proprie relazioni sociali. Questo aspetto non ha solo ricadute di ordine psicologico ma anche economico. Un paper di Edward L. Glaeser, Jose A. Scheinkman e Bruce I. Sacerdote dal titolo “The Social Multiplier”, pubblicato nel 2003 dal Journal of the European Economic Association, ipotizza che le interazioni sociali generino complementarietà nelle scelte delle persone.

Per intenderci: se un lavoratore del commercio, avendo un gruppo di amici col quale organizzare una scampagnata a Pasquetta, vi deve rinunciare perché obbligato a recarsi sul posto di lavoro, è probabile che l’organizzazione della gita salti non conciliandosi la disponibilità dell’uno con quella degli altri componenti della comitiva. Di là dalla delusione per il mancato divertimento, anche il ciclo dei consumi ne verrebbe danneggiato. Ora, la domanda che i politici dovrebbero porsi è se un favore reso agli interessi di una lobby, sebbene potente, valga il prezzo dello scontento, pur nelle differenti motivazioni, di altre categorie e sistemi sociali danneggiati da quella scelta. Cosa accadrebbe di tanto catastrofico se, infrangendo il tabù delle briglie sciolte alla logica consumistica, si decidesse che per sei giorni l’anno, in occasione delle maggiori solennità festive, il mondo del commercio e della distribuzione si fermasse? Sarebbe salutare per i politici chiederselo e individuare per tempo una soluzione adeguata prima che gli italiani lo scoprano grazie ai Cinque Stelle.