Dell’Utri, Sala, Boschi: che casi!

Come è stato scritto in questi giorni del caso Dell’Utri, la cosiddetta “pietas”, che è lo sguardo umano sulle cose dell’uomo, non è appunto e soltanto un dono divino “ma si applica per estensione al rapporto con gli altri, con l’Altro, dove l’Altro non è solo il diverso, il migrante, il diversamente posizionato, diciamo così, nella sfera dei diritti; L’Altro è anche la persona nella sua essenza, che soffre per le malattie e si spaventa di fronte alla morte potenziale...”. Intanto ci troviamo in questo mondo, in questa Italia dove la Giustizia non si toglie la benda davanti al dolore, alla gravità della malattia, una volta accertata, alla mancanza del pericolo di fuga e quant’altro. Già, appunto, la Giustizia qui rimane sempre più bendata nei confronti di un caso clamoroso, eclatante, incredibile e, diciamolo pure metonimicamente, crudelmente ingiusto fra i tanti che capitano nel Bel Paese ex culla del diritto, il caso di Marcello dell’Utri. Che, se davvero, come fa scrivendo qualcuno traslativamente poetico, “rivela in controluce la punizione di Berlusconi”, raddoppia la sua intensità crudele, la sua fatale caduta negli inferi della sofferenza. Ma tant’è. E comunque, coraggio Marcello, non sei solo!

Certo il caso di Beppe Sala, sindaco di Milano e già baciato dal successo con la gestione di Expo, non è assimilabile al primo perché Sala, per ora, soffre soltanto delle punture cattive di alcuni media sull’onda dei precetti giustizialisti-giudiziari in auge da quasi un trentennio. Certo, la sua, come quella di altri casi analoghi, è una speciale avventura, sempre avviata dal Palazzo di Giustizia meneghino, in cui si incrociano, come su un terreno accidentato, “giustizia e politica e dove le inchieste giudiziarie si usano anche per fare carriera e regolare conti” (Luca Fazzo, “Il Giornale”) e dunque la nuovissima inchiesta Expo si va muovendo da subito fra confusione e accanimento.

Intanto l’inchiesta c’è, eccome insieme al bagaglio classico di dipietresca memoria, tipo avviso di garanzia, inizio indagini, i lavori del Pm, pettegolezzi mediatici ecc. ma bisognerebbe andare più prudenti, media e politici, su faccende del genere anche e soprattutto perché, già dall’avvio dell’inchiesta se ne deducevano le sue, per dir così, leggere conseguenze tribunalizie, ma l’inchiestificio, una volta avviato, va avanti e cresce su se stesso. Eppure, “una lettura spassionata delle carte delle indagini sull’Expo, dimostra che le sole colpe di Sala sono state la fretta nello stringere i tempi, l’ansia di non arrivare ad aprire il primo maggio 2015, il panico sotto il peso di ritardi che non gli erano imputabili. Per questo ha saltato dei passaggi non per arricchire qualcuno: nessuno è stato danneggiato o svantaggiato. Le violazioni vi furono, ma furono innocue” (Il Giornale). E allora? Allora si gridi il salvi chi può dalla Signora seduta e con la benda sugli occhi, anche da coloro che dentro la gauche italienne, è un trent’anni e passa che si ergono al suo fianco come custodi delle virtù politiche, le proprie ovviamente, plaudendo e partecipando alle offensive per distruggere gli altri. Quando si dice la benda sugli occhi, e non solo della Giustizia.

E della Boschi son piene le tasche mediatiche, tanto per dire. Ma ci si lasci aggiungere che, al di là dei già citati “Boschi di bugie” a proposito di Banca Etruria, di Papà Boschi e di incontri come si dice ad usum delphini, si rimane colpiti, dopo il botta e risposta da Lilli Gruber (ottimo share!) fra la sottosegretaria e Marco Travaglio e al di là delle accuse e delle difese, delle balle, delle fake news e delle verità, della sede propria o impropria dell’incontro di boxe più o meno giudiziaria, della evitata commissione parlamentare ad hoc, resta pur sempre una domanda: perché Maria Elena Boschi ha chiesto i danni a Ferruccio de Bortoli ed è finita in uno autospot dalla Gruber con tanto di incalzamento “giustizialista”? Perché, insomma, non si è limitata a dire, da subito, ciò che era addirittura ovvio e senza bugie alte o basse: ho chiesto di salvare un colosso bancario? E con ciò? Non è forse l’impegno di un politico, per di più di governo, occuparsi della salute delle banche a casa sua? Non è anche un dovere di un sottosegretario informarsi della reale situazione? Uno scandalo, dicono. Ma lo si gusterebbe di più, e con più profitto storico, proprio “su quei giornali che con i poteri bancari hanno costruito rapporti mica male. Uno sballo”(Claudio Cerasa, “Il Foglio”).