Ragion di Stato o diritto alla conoscenza?

La Ragion di Stato rientra prepotentemente e si pone al centro della scena con i suoi fedeli interfaccia, Sovranismo e Geopolitica. Era stata accantonata, come un relitto del passato, e persino demonizzata. Per buoni cinquant’anni del secondo dopoguerra è sembrato che a dominare e suggerire attenzioni e interessi politici e culturali fossero i Diritti civili e i Diritti umani, della Ragion di Stato avversari per antonomasia, assieme a quell’Individualismo che al massimo - se proprio non si può ottenere la scomparsa del Leviatano, la creatura di Hobbes o di Lenin - arriva ad accettare lo Stato Minimo e a sopportare lo Stato di Diritto.

“Il corpo è mio e me lo gestisco io”, fu lo slogan sbandierato per un paio di decenni nelle piazze dell’Occidente. Sembrò una faccenda da poco, la banale trovata di un egoismo individuale e possessivo, sventolata da qualche scalmanato, maschio o femmina che fosse. Invece, allo slogan era sottinteso, per chi avesse avuto l’occhio, un intero trattato di Politica delle Istituzioni. “Il corpo è mio” si trascinava appresso, ineluttabilmente, anche “la coscienza è mia”, vale a dire l’“obiezione di coscienza”. Rivendicata in pieno Ottocento e, mi pare, in ambienti integralisti di frange protestanti americane che interpretavano alla lettera l’evangelico imperativo del “non uccidere” predicato da San Cipriano, venne introdotta sotto questa restrittiva interpretazione in alcune legislazioni di cultura e prassi anglosassone, sempre sotto la spinta e in una lettura evangelica. I Paesi cattolici la ignoravano e l’avversavano, la Chiesa romana, con tutti i suoi curialeschi distinguo etici, in realtà non poteva ammettere che una coscienza individuale potesse sottrarsi al suo imperio: “Extra Ecclesiam nulla salus”.

Quando venne introdotta in Italia - nel 1972, con una legge restrittiva e punitiva, e quindi, in modo adeguato, nel 1992 - divenne presto un’arma concettuale esplosiva. Arrivò sotto la spinta di piccole ed energiche minoranze protestanti – per lo più Valdesi – ma soprattutto grazie all’attivismo di Marco Pannella e dei suoi compagni radicali. Per ottenere il consenso e il voto parlamentare fu necessario un importante e lungo sciopero della fame. Introdotta nel suo significato e nella sua prassi tradizionale, l’obiezione di coscienza scadde presto a mera opportunità per chi volesse, per un motivo o per l’altro, sottrarsi al servizio di leva, allora obbligatorio. Ma Pannella ne rovesciò e approfondì il significato, addirittura mutandone il nome in “affermazione di coscienza” e facendone una bandiera per le sue battaglie per i diritti civili e umani. Tra “il corpo è mio” e l’“affermazione di coscienza”, la “Ragion di Stato”, anche nella sua versione italiana e fascista di “Stato Etico”, veniva definitivamente sconfitta. In qualunque scontro politico ed etico erano ora i diritti della coscienza a prevalere, a dettare (letteralmente) legge.

Si può giustamente osservare che la lunga stagione dei diritti civili e umani poté fiorire grazie all’accordo di Yalta, intercorso, nel 1945, tra Stati Uniti, Unione Sovietica e Inghilterra, che poneva fine alla Seconda guerra mondiale con la spartizione dell’Europa e del mondo in zone di influenza stabilite tra le tre Grandi Potenze. Era, quello, un trattato geopolitico, più o meno figlio della Ragion di Stato, più o meno quale era stato il Trattato di Vestfalia (1648) che aveva posto fine alle guerre di religione stabilendo definitivamente il “cuius regio eius religio”; insomma le “sfere di influenza” tra gli Stati e soprattutto tra cattolicesimo e protestantesimo. Tutto vero, nel bene come anche nel male che ne conseguì, comunque sia la successiva stagione di pace (o, se vogliamo, di “Guerra fredda”) fu fertile, in Occidente, di crescita civile e di libertà senza precedenti. Gli Stati si sentivano meno minacciati, l’individuo avanzava più pretese.

La tendenza si sta invertendo. Gli Stati, sempre meno intrinsecamente capaci di fornire giustificazioni per la loro stessa esistenza, coinvolti in dispute transazionali avvertite come minaccia, stringono i freni. Alcuni Stati, mai contagiati dai germi del liberalismo e dell’individualismo, trovano ancor più forti motivi per respingere quello e questi. È sempre più facile aggredire e annullare, e comunque disconoscere, diritti già acquisiti, e figuriamoci le nuove pretese che in forme invadenti avanzano, soprattutto attraverso il web e i suoi portati.

Oggi, l’abitante di New York come quello che vive nel più remoto villaggio africano o paesino cinese possono, nel web, comunicare in tempo reale, scambiarsi idee, mandarsi informazioni (o magari fake news). Gli Stati più chiusi o dittatoriali temono il web, cercano di ostacolarlo, lo inquinano. Ma la parola sfugge a ogni attentato, e cerca sempre nuove vie per viaggiare attraverso i confini. Questa è la vera globalizzazione che ormai, divenuta un fenomeno antropologico, cerca di delineare nuove forme di convivenza, nuovi modelli identitari, nuovi diritti per l’uomo di domani. Scoppiano rivolte, si manifestano nuove esigenze, più o meno consapevolmente libertarie. E al loro centro si accampa la richiesta di una sempre maggior libertà di conoscenza, un “diritto civile” che è la negazione della Ragion di Stato. Questa e non altra è la sfida del nostro tempo.