Il dilemma di Beppe Grillo

Il redde rationem delle urne si avvicina e, come qualche osservatore attento ha sottolineato, il tema molto spinoso delle candidature torna a farsi sentire all’interno del Movimento Cinque Stelle. Un non partito che, lo hanno capito pure i sassi, continua ad essere gestito in maniera assolutamente verticistica da Bello Grillo e Davide Casaleggio. La dimostrazione di ciò è l’evidente opacità che caratterizza le più importanti scelte politiche dei grillini, con un sistema di selezione dei propri rappresentanti, definiti portavoce per rimarcarne la presunta, stretta contiguità con il cittadino comune, che avviene attraverso una piattaforma virtuale, anch’essa rigidamente controllata dalla Casaleggio Associati.

Ora, come ho già avuto modo di scrivere in precedenza, il vincolo dei due mandati, il quale dovrebbe comprendere qualsiasi livello della rappresentanza democratica (quindi in questo senso pure chi ha fatto il consigliere circoscrizionale non potrebbe bissare una sua eventuale presenza in Parlamento), costituisce una questione di fondamentale importanza nel futuro politico del M5S. Una forza politica che basa gran parte dell’enorme consenso acquisito su una ostentata diversità rispetto ai cosiddetti professionisti della politica. Diversità a mio avviso molto presunta, ben oltre i limiti dell’autoreferenzialità, ma che nel summenzionato vincolo dei due mandati trova forse il suo più importante fondamento. Sotto questo profilo, una sua pur motivata deroga, magari fondata su criteri tecnici più che ragionevoli, toglierebbe quasi d’incanto alla creatura politica di Grillo e soci quell’aura di partito antisistema che lo ha finora contraddistinto.

In estrema sintesi, la professionalizzazione politica dei grillini farebbe perdere a questi ultimi, riportandoli sulla Terra, il principale argomento (unito al divieto di stabilire alleanze) che spinge milioni di cittadini a sostenere col voto i loro deliranti programmi, soprattutto sul piano economico e finanziario. Tuttavia, ed è su questo piano che va inquadrato il dilemma di Beppe Grillo, se il M5S punta realmente a diventare una forza di Governo, allora appare evidente che il continuo ricambio di dilettanti allo sbaraglio che impone il vincolo del doppio mandato andrà inevitabilmente superato. Soprattutto la complessità sistemica dei problemi italiani è tale che immaginare di poterli affrontare con maggioranze parlamentari del tutto dequalificate e prive di esperienza sarebbe catastrofico.

Se invece l’intenzione dei vertici grillini è quella di restare indefinitamente all’opposizione, sulla vaga speranza di raggiungere la maggioranza assoluta dei consensi, allora possono tranquillamente tenersi i due mandati, almeno fino a quando l’inesorabile meccanismo del voto inutile comincerà ad erodere in modo decisivo il loro attuale consenso.