Elezioni: indovinate chi viene dopo (se non ci si dà una scossa)?

Il 2018 si apre con molte incognite. In Italia e all’estero. Per quel che riguarda il nostro Paese l’interrogativo più importante si focalizza sul chi ci governerà nel prossimo futuro. Già, perché con le elezioni alle porte la ruota del destino ha preso a girare vorticosamente. A chi toccherà? I sondaggi dicono sostanzialmente quattro cose: che il centrodestra unito è in testa, che i grillini veleggiano verso la prima piazza come partito non apparentato con nessun’altra forza politica, che il Pd renziano rimedierà una batosta senza precedenti e che nessuno, stando ai meccanismi del perfido “Rosatellum”, avrà i numeri sufficienti per governare. Con questi vaticini da iettatori riprendono fiato i sostenitori del mai-più-senza-sinistra i quali, da inguaribili ottimisti, sperano nel ripetersi del miracolo italiano del gattopardo. Quello per cui tutto si muove perché nulla cambi. Si scannino pure i supporters dei vari movimenti in guerra tra loro; se ne dicano di tutti i colori; si facciano del male a vicenda, ciò che conta è che, alla fine della fiera, l’Italia resti consegnata a un disperante e insieme falsamente rassicurante Governo Gentiloni. Accadrà se il giorno dopo del voto non vi saranno maggioranze parlamentari certe perché, conclusa la legislatura, resta in carica, nella pienezza dei poteri, il governo che non ha rassegnato l’incarico nelle mani del Presidente della Repubblica e non è stato sfiduciato dal Parlamento.

Questa è la via d’uscita alla crisi che la sinistra che non sa perdere consegnerebbe al Paese trattandolo da comunità d’incapaci. La tesi consolatoria è: un popolo che non sa darsi una rotta definita è condannato a farsi guidare dal pilota automatico di un governo che nessuno ha scelto ma che sta lì perché qualcuno ce l’ha messo. È il trionfo dell’in-esistente, per usare un’espressione cara al direttore de l’Espresso Marco Damilano, che prende il posto de “l’immaginazione al potere”, parola d’ordine di un altro tempo che annunciava utopistici cambiamenti. D’improvviso la sinistra, prossima orfana della vittoria, scopre che il grigio è bello in tutte le sue sfumature e che veste bene, più di tutti gli arcobaleni colorati di questo mondo. E il tono in tinta di un signore compassato, scialbo fino al midollo, diventa l’ultimo grido in fatto di moda. Gli altri urlano, Paolo il sornione sussurra. Gli altri si agitano e lui sta fermo. Come il platano millenario sulla Salaria, l’albero del piccione che in dialetto ascolano è l’albere de pecciò. Insomma, sta lì mentre gli altri sfrecciano e scompaiono, come meteore. Un bel quadretto, non c’è che dire: sognare di volare per poi ritrovarsi, da svegli, allo stesso punto di prima. Con le medesime facce che speravamo di non ritrovare nella nuova legislatura. Già, perché è facile dire: tenetevi Gentiloni l’invisibile, che è come certi gatti esotici: non fa rumore, non graffia, non distrugge stoffe e tendaggi e non sporca i pavimenti. Ma Gentiloni è come certe brave ragazze del Sud fatte all’antica: se te le sposi, ti sei messo in casa tutta la sua famiglia, chissà perché sempre generosamente numerosa.

Lui è l’aristocratico romano, che sta bene a tutti perché non crea problemi. Se ne sono accorti in Europa e perciò lo coccolano. Se prima l’Italia del tris Monti-Letta-Renzi contava poco, con lui non conta nulla. Se resta lui resta tutta la compagnia. A cominciare dalla signora Maria Elena Boschi, quella che mi-venisse-un-colpo-se-mi-sono-occupata-di-Banca-Etruria. Resta la professoressa, tutta no-global e Porto Alegre, Roberta Pinotti che è stata la grande bischerata di Matteo Renzi in versione “Amici miei”: nominarla ministro della Difesa è stato come mettere Dracula alla presidenza dell’Avis. E bisogna tenersi il diafano Andrea Orlando alla Giustizia e quel genio assoluto di Angelino Alfano agli Esteri, visto che lui ha promesso di non ricandidarsi ma non di non restare. Si dovranno chiamare i pompieri per portarlo via dalla Farnesina. E bisogna tenersi al ministero della Salute Beatrice Lorenzin con Gian Luca Galletti all’Ambiente (Galletti? Chi era costui?). E resta pure Graziano Delrio alle Infrastrutture. Graziano, quel caro vecchio bravo ragazzo. Già cominciava a mancarci la sua bicicletta che eccoci a disfare i pacchi perché lui non se ne va. E neppure la sua bicicletta. Per non farla lunga: restano tutti.

Ora, viene di chiedere ai nostri concittadini a cui è rimasto del sale in zucca: è questo il meglio a cui aspiriamo? Possibile che dopo esserci lamentati per l’intero corso della legislatura siamo disposti il 4 marzo prossimo a farci prendere dalla pigrizia e a restare a casa in ciabatte, rincitrulliti davanti al televisore? Mancano meno di sessanta giorni al voto. Iniziamo a fare un po’ di training autogeno per assuefarci all’idea che se non si schiodano le terga dalla poltrona e si va al seggio, le cose non cambieranno. E il giorno dopo ci ritroveremo ancora l’esangue profilo di Gentiloni a dirigere la musica. Non si può essere tanto masochisti. Non è possibile.