Benvenuti alla gara dei populismi

Vabbè che ci siamo abituati, vabbè che le elezioni sono alle porte e vabbè che i partiti, volevo dire le loro parvenze in movimenti, non ne possono fare a meno. Rieccoci con le promesse, con i propositi in genere non buoni; rieccoci insomma con quel coacervo di proposte che rientrano quasi tutte nella specifica definizione di specchietto per le allodole.

Figuriamoci se per primo non doveva capitarci il Renzi più impettito e sfacciato, l’ex Premier senza giacca e senza tracce visibili di pudore, a dire no alla tassa, che poi tassa non sarebbe, che chiamano canone Rai. Qui non si vuole entrare, come si dice, in medias res, anche perché del canone Rai si discute da quando è stato istituito e dunque si può tranquillamente concludere che di questo tema son piene le cosiddette fosse.

E dunque tutti sanno che essendo la Rai un servizio pubblico, l’alternativa più vera al canone e alle sue modalità di pagamento nelle complicazioni del sistema fiscale italiano è (o sarebbe) la privatizzazione dell’azienda stessa, della quale, peraltro, si parla a iosa ben conoscendo un po’ tutti che trattasi di un supertema la cui complessità, e non soltanto politica, suggerisce tanta, tantissima prudenza. Dote, questa, che non s’addice a Matteo Renzi soprattutto in clima elettorale; clima che fa dimenticare, anche a chi è stato Presidente del Consiglio dei ministri, non tanto o soltanto le suddette praticamente insuperabili complicazioni, ma le sue, di lui, contraddizioni, se è vero come è vero, sia per tabulas che per video e quant’altro, che fu proprio la stessa persona a voler mettere il canone in bolletta e, ora, lo voglia togliere. Complimenti vivissimi alla coerenza! E all’ennesima predicazione populista. Appunto il populismo, la demagogia, la sfrontatezza nelle promesse, che altro non sono che un gioco delle tre tavolette e, se guardiamo ai grillini, la sommatoria di queste tre disqualità la rinveniamo in molte delle loro prese di posizione non meno che nella conduzione interna del Movimento 5 Stelle. La quale, si sa, è affidata al duo Grillo-Casaleggio, con l’aggiunta del terzo (Luigi Di Maio), ormai assunto al ruolo, per ora soltanto interno, di statista che tutto il mondo ci invidia.

Prendiamo il caso delle parlamentarie, che poi sarebbero le primarie tipo quelle del 2012 quando per essere candidati del M5S la “ condicio sine qua non”  era di esserne iscritti. Adesso c’è qualche novità. Intanto che anche i non iscritti possono candidarsi e, infatti, il sito di Grillo è andato subito in tilt. Ma che tutti possano candidarsi a gratis è già di per sé un messaggio populista in nome della leggendaria uguaglianza e, mi raccomando, della trasparenza. A parole, si capisce. Difatti, a quanto pare, la decisione vera scende giù giù per li rami, non richiede dibattiti, selezioni da appositi comitati, scelte finali da parte di organismi democratici nel senso che in caso di dissensi, si vota. Semplice: chi sceglierà i candidati per le elezioni saranno Grillo, Di Maio (Casaleggio?) con un fantastico collegio di sei probiviri di cui non si parla mai. E chi deciderà sarà uno solo: Di Maio. Avanti populismo!