Del complicato mestiere di essere di centrodestra

Nelle intenzioni di voto degli italiani il centrodestra viaggia con il vento in poppa. Di questo non possiamo che compiacerci. Prepariamoci però, nelle prossime settimane, all’intensificarsi della sindrome, molto italiana, dei soliti noti “volenterosi” che corrono in soccorso del vincitore. Accade sempre così: quando un leader sale sulla cresta dell’onda ritrova compagni di viaggio che fino al giorno prima lo avevano snobbato, deriso e perfino, in taluni casi, insultato. Ma tant’è. È la politica bellezza! Direbbe qualcuno. Nulla di strano, quindi, nel sentire i peana e gli osanna all’indirizzo di Silvio Berlusconi da parte di personaggi che fino a ieri avrebbero fatto carte false pur di vederlo morto e sepolto, politicamente parlando. Ci sta che nuovi amici e ammiratori si aggiungano alla schiera dei laudatori del vecchio leone di Arcore, ma si faccia attenzione! Se folgorazione ha da essere sulla via elettorale che almeno sia un minimo sincera e non farisaicamente ipocrita. Se oggi Berlusconi va bene ciò deve valere per le cose che fa e per quelle che promette agli italiani e non solo per il fatto di tornare ad essere il padrone del vapore col quale dover regolare i propri interessi di bottega.

La precisazione non è peregrina dal momento che sorge il sospetto che nel mentre s’invoca il ritorno di “Silvio” nello stesso momento si fanno spallucce al suo programma politico. Peggio, leggendo sui media alcuni autorevoli commenti si trae la sensazione di trovarsi al cospetto di tanti signori perbene che alzano il sopracciglio nell’ascoltare le stravaganze del parente picchiatello che ronza per casa. Ma se è questo l’approccio al ritorno in campo di Berlusconi allora sappiano questi “volenterosi” che di loro sarebbe meglio che il centrodestra facesse a meno. Giusto per intenderci. Il primo punto del programma sul quale il vecchio leader intende puntare è costituito dal lancio di un vasto programma d’interventi per tirare fuori dalla condizione di povertà una fascia consistente della popolazione. È indubbio che per realizzarlo occorrerà mettere mano alle risorse pubbliche che, oggettivamente, sono abbastanza scarse. Ora non si può dire “Viva Silvio” e contemporaneamente sostenere che la sua proposta sulla lotta alle nuove povertà sia una facezia propagandistica. Le due cose non stanno insieme. Posto che ognuno ha il diritto di pensare che una determinata proposta sia più o meno sbagliata o più o meno realizzabile, ciò che non dovrebbe essere consentito è invece dire: l’importante è che vinca, tanto non farà le cose che promette. Questo non è fare il bene del centrodestra ma è screditarne l’immagine agli occhi degli elettori.

Se s’intende dare fiducia a Berlusconi bisogna dichiararsi convintamente a favore delle cose che propone, senza ambigui distinguo. Anche perché un centrodestra che nel suo complesso mette in campo proposte come l’aumento delle pensioni minime, il reddito di dignità, la riforma radicale della Legge Fornero e la Flat tax non sta facendo sterile propaganda populista ma ricompone in quadro unitario d’iniziative una visione del mondo che è propriamente ciò che i partiti dovrebbero fare nel momento in cui si presentano al giudizio degli elettori.

Ogni italiano chiamato al voto il prossimo 4 marzo dovrà interrogarsi su questo decisivo aspetto: il modello di società che prefigura il centrodestra risponde ai miei bisogni e alle mie aspettative di futuro? Se la risposta è affermativa, il consenso dato alla coalizione guidata da Berlusconi sarà pieno e consapevole. In caso contrario ciascuno è libero di votare qualcun altro. L’importante è che non si pensi di scegliere l’usato sicuro di Arcore nell’intima convinzione che poi ciò che dice non verrà realizzato perché sono cialtronate che non scalfiscono la robustezza del pilota automatico azionato da Bruxelles.

Per stare al concreto, di là dai sentimenti compassionevoli che caratterizzano il tratto dell’uomo-Berlusconi, l’idea di risollevare le sorti di tanti italiani sprofondati dalla crisi degli ultimi anni nell’assoluta indigenza appartiene alla scaltrezza del Berlusconi-imprenditore. Nessuno meglio di lui ha compreso una regola base dell’economia: il povero non consuma. Mettere più soldi nelle tasche di chi ne ha pochi produce effetti immediati sul ciclo produttivo rianimando il mercato interno. Più si ha, più si spende, più le aziende producono, più persone trovano occupazione. Ma c’è il debito pubblico, si obietterà. Come negativamente dimostrato negli anni di ottusa austerity imposta dall’Europa germano-centrica, la contrazione del flusso delle risorse finanziarie nei capitoli del welfare incrementa e non abbatte il debito pubblico. Il rimedio che può equilibrare una politica espansiva della spesa sociale rendendola sostenibile è nell’allargamento della base imponibile per la fiscalità generale. Si potrebbe obiettare che da sola questa misura non basta. Verissimo. Ad accompagnarla occorre che si faccia una seria opera di abbattimento della spesa improduttiva, particolarmente quella connessa al funzionamento della Pubblica Amministrazione. Il nostro Paese sta morendo soffocato dalla burocrazia incentivata e protetta da un’inestricabile foresta normativa come non se ne trovano di simili al mondo.

Giusto per fugare inutili sospetti, sarebbe opportuno che il programma elettorale del centrodestra facesse chiarezza su questo punto in modo cristallino.